IL LIBRO DI DZYAN

Kiu-Te

Il termine 

Kiu-Te (o Khiu-tesi riferisce principalmente a una serie di testi sacri tibetani citati da Helena Petrovna Blavatsky, la fondatrice della Teosofia, nelle sue opere principali come La Dottrina Segreta

Ecco i dettagli principali:

  • Identificazione storica: Ricerche accademiche, in particolare quelle di David Reigle, hanno identificato i “Libri di Kiu-Te” come i Tantra buddisti tibetani contenuti nel Kangyur. Il nome “Kiu-Te” è una traslitterazione fonetica del termine tibetano rgyud-sde, che significa letteralmente “sezioni dei Tantra”.
  • Connessione teosofica: Blavatsky affermava che questi libri fossero una versione pubblica di insegnamenti esoterici molto più antichi e segreti. In particolare, collegava i primi volumi di Kiu-Te al misterioso Libro di Dzyan, che sosteneva essere la fonte delle stanze su cui si basa la cosmologia della sua opera.
  • Contenuti: Originariamente descritti come composti da 35 volumi per uso pubblico (esoterico) e un numero maggiore di volumi per uso segreto, trattano di filosofia occulta, cosmogonia e regole per i discepoli (chela). Theosophy WorldTheosophy World +7
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Cercare di fare chiarezza su un argomento come quello del Libro di Dzian è missione impossibile. Alla fine si arriva a fidarsi o meno delle parole di chi racconta di visioni avute toccando un libro oppure ci si “accascia” sulla versione di chi crede solo a fonti serie e toccate con mano di filologo serio e quindi finisce di sognare. La questione della “visione” è sempre uno spartiacque, un bivio, una trincea fra chi si permette di credere e va avanti e chi rimane fedele al rigore probatorio. Non c’è soluzione, non c’è unità e nessuno può negare la veridicità delle parole o tesi altrui. A voi auguro buona lettura.

Il Senzar è una presunta lingua originale delle strofe del Dzyan. Viene citata in più punti delle opere di Helena Blavatsky.[1][2]

Storia

Nella Dottrina Segreta la Blavatsky definisce il Senzar “una lingua assente dalla nomenclatura delle lingue e dei dialetti che la filologia conosce” (SD, I, xxxvii). Mentre il Glossario Teosofico (p. 295) la definisce “il nome mistico della lingua segreta sacerdotale o ‘lingua-mistero’ degli Adepti iniziati, in tutto il mondo”.
In Iside Svelata la Blavatsky identifica Senzar come “antico sanscrito” (Iside, I, 440). Come ha notato John Algeo nel suo libro, le altre affermazioni di Blavatsky su Senzar (compreso il collegamento al sanscrito di cui sopra) creano una serie di enigmi, che rendono difficile prendere alla lettera i riferimenti etimologici della famiglia linguistica, poiché alcuni si collegano a fonti egiziane, mentre altri hanno altre radici. Ovviamente, come afferma più volte nelle sue opere, nulla di veramente esoterico viene mai reso pubblico, né tanto meno viene pubblicato in un volume di larga diffusione. L’origine della lingua Senzar deve essere considerata segreta, e gli enigmi incontrati da Algeo sono solo ciechi. Poiché la Blavatsky scrive dalla prospettiva di un’occultista con tendenze perenni, insiste su una radice comune a tutte le cose, tra cui il linguaggio e le scienze segrete degli adepti. Ciò si riflette direttamente nei suoi riferimenti a una “fratellanza” mondiale di adepti occulti.[2]

Accoglienza da parte della critica

Lo storico Ronald H. Fritze osserva che:

[Blavatsky] sosteneva di aver ricevuto le sue informazioni durante le trance in cui i Maestri dei Mahatma del Tibet comunicavano con lei e le permettevano di leggere dall’antico Libro di Dzyan. Il Libro di Dzyansarebbe stato composto in Atlantide utilizzando la lingua perduta di Senzar, ma la difficoltà è che nessuno studioso di lingue antiche, né negli anni Ottanta del XIX secolo né in seguito, ha trovato il minimo riferimento al Libro di Dzyan o alla lingua di Senzar.[3]

Riferimenti

  1. ^ Algeo, John (gennaio 2007). “Senzar: Il mistero della lingua misteriosa“. Mondo della Teosofia. Recuperato il 28 agosto 2011.
  2. ^ Salto a: a b Algeo, John (1988). Senzar: Il mistero della lingua misteriosa. Centro di Storia Teosofica. ISBN978-0-948753-08-4.
  3. Fritze, Ronald H. (2009). Conoscenza inventata: False storie, false scienze e pseudo-religioni. Reaktion Books. pp. 43-44. ISBN 978-1-86189-430-4

Il manoscritto del Libro di Dzyan

Le Stanze sarebbero state composte dalla Blavatsky interpretando il linguaggio iconografico di un presunto manoscritto tibetano molto antico, il Libro di Dzyan (anche Dzan o Dzyn[4]), che sarebbe servito come base sapienziale per La dottrina segreta.

La Blavatsky descrive il manoscritto, di cui avrebbe avuto visione diretta, come un testo antico di migliaia di anni redatto in lingua Senzar[5] e conservato in un luogo segreto del Tibet. Scritto «su foglie di palma, ma rese inalterabili al fuoco, all’acqua e all’aria mediante qualche processo specifico ignoto»[6], il libro tratterebbe della cosmogenesi e dell’evoluzione dell’uomo fino alla distruzione di Atlantide.

Altri versi attribuiti al Libro di Dzyan sono stati pubblicati da Alice Bailey in A Treatise on Cosmic Fire nel 1925.

Del Libro di Dzyan non è stata fornita alcuna fonte originale né esiste alcuna citazione anteriore alla pubblicazione della Blavatsky o esterna alla saggistica esoterica afferente o meno a movimenti teosofici[7]. Al di là delle interpretazioni fornite della Blavatsky, la completa mancanza di riscontri di questo manoscritto originale così come della misteriosa lingua pre-sanscrita in cui sarebbe stato redatto, rende dubbia la sua reale esistenza. Nel 1993, la teosofista Sylvia Cranston (pseudonimo di Anita Atkins) avanzò l’ipotesi che i versi delle stanze fossero interamente una creazione originale[8] della Blavatsky negando, conseguentemente, l’esistenza del manoscritto.

David Reigle, un orientalista affiliato alla Società Teosofica, reputa, invece, il manoscritto connesso ad un testo del Buddhismo Vajrayāna, il Kalachakra Tantra. L’esoterista inglese Nicholas Goodrick-Clarke ha suggerito, nel 2006, che la fonte di ispirazione delle stanze andrebbe ricercata nel Taoismo cinese e nella Cabala ebraica.

Il Libro di Dzyan nella narrativa e nel fumetto

Il Libro di Dzyan ha avuto una certa fortuna narrativa. È citato nei racconti horrorfantasy Il diario di Alonzo Typer[9] e L’abitatore del buio – scritti entrambi da Howard Phillips Lovecraft nel 1935 – come uno dei testi alla base dei miti di Cthulhu al pari del famoso Necronomicon; come tale viene ripreso dallo scrittore August Derleth[10] e, successivamente, da tutte le edizioni del gioco di ruolo Il richiamo di Cthulhu della Chaosium.

Nel libro Flyng saucers – Serious business (1966) dell’ufologo statunitense Frank Ewards, viene citato il Libro di Dzyan che conterrebbe, secondo l’autore, la narrazione mitizzata dell’arrivo sulla Terra, in un remoto passato, di un gruppo di alieni. Gli extraterrestri vennero accolti come divinità dagli abitanti di una città del luogo, ma divergenze successive avrebbero condotto una parte del gruppo a trasferirsi in un altro insediamento. Sorse un conflitto e il gruppo originario annientò la città avversaria facendo uso di armi simili a quelle nucleari, ma in seguito, colto da rimorso per la devastazione compiuta, abbandonò il pianeta per non fare mai più ritorno.

In Alone in the Dark del 2001, un fumetto tratto dalla famosa serie di videogiochi omonima[11] ispirata ai miti di Cthulhu, il Libro di Dzyan viene considerato il lascito di un’antica razza di alieni vissuta milioni di anni prima nell’Antartide similmente alla Grande razza di Yith descritta da Lovecraft.

Il libro fa parte anche della bibliografia utilizzata dall’autore di fumetti italiano Luca Enoch per Gea.

Sul Libro di Dzyan è incentrato l’albo a fumetti L’uomo che inseguiva le ombre (Storie da Altrove n. 11 – ottobre 2008).

La piovra spaziale Klatu, che appare nel ciclo a fumetti Serial Toys Cosmic Snake di Maurizio Ercole serializzata nella rivista Inner Space, rappresenta una delle creature demoniache degli Asura descritte nel Libro di Dzyan.

IL LIBRO DI DZYAN, LA STORIA PROIBITA DELL’UMANITA’

L’unica versione nota in occidente del “Libro di Dzyan” è quella che Helena Petrovna Blavatsky ha tradotto, in versi, intitolandola “Le Stanze dal Libro di Dzyan” ( di fatto, sovente i non specialisti confondono i due titoli e le due opere) ed esponendola nel suo volume “La dottrina segreta” che, assieme ad “Iside svelata”, è generalmente considerata l’opera più importante della mistica russa e fondatrice della Società Teosofica.
Si pensa che la copia originale del “Libro di Dzyan”, di cui esistono forse anche dei codici posteriori, non consisterebbe in un libro vero e proprio, come noi lo intendiamo, fatto cioè di pagine riempite da caratteri destinati alla lettura; bensì sarebbe una sorta di oggetto “magico” il cui contenuto verrebbe compreso intuitivamente, per via telepatica, da coloro i quali vi poggiano sopra la mano sinistra, ma solo a determinate condizioni: in particolare, quella di possedere una mente ed un cuore sgombri da secondi fini o desideri impuri.   Tale, infatti, è la descrizione che la teosofa russa fà di questo libro”maledetto”.

Helena Petrovna Blavatsky
Helena Petrovna Blavatsky

Secondo il “Libro di Dzyan”, i primi uomini della Terra erano discendenti dai Celesti o Pitris, venuti dalla Luna.   Il testo descrive l’evoluzione dell’uomo dalla prima razza fino alla quinta – la nostra – che si ferma alla morte di Krishna cinquemila anni fa.   Scritto in una lingua assolutamente sconosciuta, il “senzar”, si dice che sia stato dettato agli Atlantidi da esseri divini.   Il “Libro di Dzyan” parla delle dinastie atlantidi divine e ricorda i “re del Sole” che occupavano “troni celesti”.
Quest’epopea religiosa non potrebbe essere il ricordo distorto di extraterrestri, di Venusiani che si posarono sulla Luna e poi sulla Terra ?   I “re del Sole” sono forse uomini dello spazio venuti a “colonizzare” la Terra su macchine spaziali ?
Come è stato scoperto il “Libro di Dzyan” ?  Quali segreti nasconde ?  Presenta davvero dei pericoli per la nostra civiltà, come pretendono alcuni ricercatori ? (…).
E’ alla fine del XVIII secolo che il mondo occidentale sente parlare per la prima volta del “Libro di Dzyan”.
In quell’occasione, l’astronomo Bailly afferma che il manoscritto viene dalle Indie, ma che in effetti è stato scritto…sul pianeta Venere!
Nel XIX secolo, un altro francese, Louis Jacolliot, si interessa del “Libro di Dzyan” che egli chiama “Le Stanze di Dzyan”.   Ma la sventura sembra accanirsi contro tutti coloro che pretendono di possedere il manoscritto.
Per qualche anno i ricercatori – cedendo alla superstizione – rinunciano allo studio del manoscritto.   Ma la questione torna alla ribalta con l’entrare in scena della famosa teosofa Elena Blavatsky.
La Blavatsky fin dalla tenera età manifesta dei notevoli poteri psichici e medianici, tanto che la famiglia stessa, spaventata da queste sue particolari doti, cerca di farla sposare pensando che il matrimonio potesse assopire quella sua condizione così imbarazzante.   Ma Elena fugge e raggiunge il porto di Odessa, dove si imbarca per Costantinopoli.  Da lì passa in Egitto.   Al Cairo Elena vive con un mago di origine copta che le manifesta l’esistenza di un libro maledetto, dai poteri nefasti.
Si trattava, naturalmente, del “Libro di Dzyan”, del quale Helena Blavatsky si mise alla ricerca e che finì per trovare, forse con l’aiuto di quei “Maestri occulti” tibetani dei quali ella ha parlato frequentemente, e sulla cui realtà e natura si dividono, su fronti opposti, coloro che la considerano una ciarlatana, e sia pure dotata di facoltà insolite e di una certa genialità istrionesca, e coloro che la considerano una autentica iniziata.
Tra questi ultimi, Paola Giovetti ricorda la testimonianza del colonnello Henry Steel Olcott, secondo il quale la donna scriveva le sue opere in un evidente stato di “trance” ipnotica; e aggiunge che ella sembrava “copiare” da un manoscritto visibile a lei soltanto; tanto più che, spesso, i brani da lei citati a memoria figuravano su libri estremamente rari, ad esempio reperibili solo presso la Biblioteca Vaticana o il British Museum.
La descrizione del libro che ne viene fatta lo rappresenta con i suoi grandissimi fogli di colore nero e densi di simbolismi a caratteri d’oro zecchino; è un libro colossale, pesantissimo, chiuso alla maniera tibetana tra due spesse tavole, ma sono tavole di oro purissimo e magistralmente cesellate.   Le “Stanze di Dzyan” è un Libro Sacro magnetico nel senso che, appoggiando il palmo della mano sinistra sui suoi simboli profondi e avendo l’animo e la mente completamente scevri da qualsiasi impurità, si vedono passare avvenimenti, si odono voci, si percepiscono segreti svelati.
Evoluzione cosmica e Antropogenesi
Il testo è diviso in due parti: la prima, Evoluzione cosmica, costa di 7 Stanze (capitoli) e 53 capoversi; la seconda, Antropogenesi, comprende 12 Stanze e 49 capoversi.   La grande studiosa russa Helena Petrovna Blavatsky (1831-1891) ha lasciato ottimi libri di commento sulle “Stanze di Dzyan” (La dottrina segreta) ma sono commenti e direttive prettamente esoterici; non è dato sapere del resto se la Blavatsky, durante il suo ipotetico ingresso nel Tibet nascosto, abbia potuto prendere visione del Libro Sacro oppure ne abbia potuto assaporare il contenuto soltanto da una copia (non integrale) durante il suo soggiorno in India.
Analizziamo alcuni passi riguardanti l’Antropogenesi interpretandoli in modo concreto, senza i soliti misticismi; così operando otterremo una visione davvero sorprendente su meravigliose e remote descrizioni concernenti la non più misteriosa comparsa dell’uomo sulla Terra.
La discesa di Esseri dallo spazio cosmico, la loro divinizzazione, i loro terrificanti combattimenti con Esseri mostruosi che popolavano questo pianeta e, cosa estremamente valida e importante, i loro vari tentativi di creare una Razza a loro immagine e somiglianza, abbastanza funzionante sul pianeta Terra: una Razza scaturita da vari esperimenti basati sull’ingegneria genetica.
Questa è l’Antropologia spaziale o Antropologia cosmica: una scienza d’avanguardia che è un atto di coraggiosa rottura con gli studi e le teorie sino ad ora formulati sul mistero dell’origine dell’uomo.
Antropologia cosmica significa immagazzinare, registrare ed elaborare un’infinità di elementi, un turbine di avvenimenti in un vortice di concrete possibilità; significa mettere ordine tra le righe di antichissimi testi e saper ben leggere tra le righe, cogliere significati occulti di fatti storici o religiosi per ottenere così una chiara visualizzazione mentale sul passato remoto dell’Uomo (…).
Queste doverose, brevi premesse, prima di cominciare lo studio di alcune descrizioni contenute nell’Antropogenesi delle “Stanze di Dzyan”: diremo ancora che il termine “Dzyan” deriva certamente da “Dhyani”, Dei planetari.
Formatori e costruttori che, assieme ai “Lha”, Dei celesti con poteri sovrumani e ai “Lhamayn”, Dei risplendenti inferiori, misero ordine sul pianeta Terra e cominciarono a costruire le razze umane, alcune distrutte perchè mal riuscite, fino a giungere alla Quinta Schiatta, che tuttora alberga sulla Terra.
LA PRIMA RAZZA. “Allora i costruttori, indossate le loro prime vestimenta, discendono sulla terra radiosa e regnano sugli uomini che sono loro stessi” (Stanza VII-7).
Soffermandoci sul termine “allora”, viene spontaneo osservare che trattasi di un’azione consequenziale, cioè il succo, il riepilogo, seguito da una decisione, di una lunghissima preparazione al disegno programmato da una civiltà planetaria, di colonizzare il pianeta Terra.  L’interpretazione di questa frase suona così:
“Dopo la suprema decisione, i cosmonauti, che avevano il compito di formare una Razza umana, atterrarono sul pianeta Terra in pieno giorno e da quel momento essi sono capi e re della futura Razza terrestre da loro formata e costruita”.
I “Costruttori” erano scesi sulla Terra dopo che il Pianeta aveva subìto sconvolgimenti catastrofici e dopo la comparsa di Razze mostruose sulla sua superficie.
“La ruota girò per trenta crore ancora…dopo trenta crore si rivolse…essa creò dal proprio grembo.  Sviluppò uomini acquatici terribili e malvagi…I Dhyani vennero e guardarono.  I Dhyani vennero dal lucente padre-madre, dalle regioni bianco latte, dalle dimore dei mortali immortali…essi furono malcontenti…non Rupa adatti per i nostri fratelli del quinto.  Non dimore per le vite…e le fiamme vennero.  I fuochi con le scintille… I Lha dall’alto ed i Lhamayn dal basso vennero. Essi uccisero le forme che avevano due e quattro facce. Combatterono contro uomini-capra e contro uomini dal capo di cane e contro gli uomini dal corpo di pesce” (Stanza II-6).
I primi esseri che furono creati o che già abitavano la terra, qui il testo non è chiaro, erano quindi delle creature acquatiche definite “terribili”.   I Dyhani capirono che l’anima non si poteva incarnare in quel corpo grezzo, e vedendo che erano dannosi decisero di distruggere la loro creazione.   Poi, notiamo nel testo che in quel tempo vi erano contemporaneamente più razze sulla terra, gli uomini-capra, gli uomini dalla testa di cane e gli uomini dal corpo di pesce, questi altri esseri non si capisce se siano stati creati dagli stessi oppure da altre razze di creatori, e quali siano i fini di quest’ultimi, non è dato saperlo.
La descrizione che la Terra si ribaltò è quanto mai veritiera.  Il papiro Haris (1300 a.C.) fà riferimento ad una “catastrofe di fuoco e di acqua che provocò il rivoltarsi della Terra”; il papiro Ipuwer (1250 a.C.) precisa che “il mondo prese a girare a rovescio come se fosse una ruota del vasaio e la Terra si è capovolta”; il papiro Hermitage (1700 a.C.) afferma che “il mondo si è capovolto” e per finire l’antichissimo testo indù “Visuddhi Magga” sostiene che la terra venne “scrollata”, si capovolse e un ciclo del mondo ne rimase distrutto.
Dopo la prima e la seconda Razza, rispettivamente Esseri formati da un connubio tra appartenenti a un pianeta giallo e altri di un pianeta bianco nonchè i prodotti “per germinazione ed espansione”, il Sacro Testo passa a descrivere la formazione della Terza e Quarta Razza.
LA TERZA RAZZA.   “Il bianco cigno della volta stellata adombrò la grande goccia.  L’uovo della Razza futura, l’uomo-cigno della Terza che venne più tardi. Prima maschio-femmina, poi uomo e donna..” (Stanza VI-22).
La bianca costellazione del Cigno dunque, adombrava la Terra (Grande goccia) allorchè fu costruita la Terza Razza che venne appunto chiamata Razza-Cigno; una Razza diretta discendente dall’Essere androgino. Infatti viene specificato che mentre prima esisteva l’Essere Maschio-Femmina (cioè bisessuale), dopo l’intervento si ebbe lo stesso Essere che era diventato due, cioè Uomo e Donna.
Ma ecco una descrizione più dettagliata:
“Gli animali si separarono per primi; essi cominciarono a far Razza.  L’uomo duplice si separò pure. Egli disse:”Facciamo come loro, uniamoci e formiamo delle creature”. E così fecero… e generarono dei mostri.  Una Razza di mostri deformi  coperti di pelo rosso, che camminavano a quattro zampe. Una Razza muta perchè l’onta non fosse narrata” (Stanza VIII, 31-32).
Questo secondo intervento dei “Formatori” e dei “Costruttori” fu quindi dapprima sperimentato sugli animali e poi sull’Essere androgino, che era sì intelligente ma come vedremo, non poteva dirsi “ragionevole”.  Anche questo Essere, divenuto due, cominciò ad accoppiarsi come del resto facevano da tempo gli animali e diede origine a una Razza di Mostri, che camminavano a quattro zampe ed erano coperti di pelo rosso. “Una razza muta, perchè l’onta non fosse narrata” !
I creatori cominciarono ad apporre ulteriori modifiche manipolando il DNA, e crearono la terza e quarta razza, chiamata l’uomo-cigno.
Quando si usa il termine ‘androgino’, non possiamo dire con certezza indicasse proprio la a-sessualità dell’essere stesso, o una questione puramente simbolica, per esprimere il concetto di un uomo non ancora immerso nella dualità.
Questi cominciarono ad accoppiarsi e a procreare.
Alcuni di loro si accoppiarono con animali o altri esseri presenti nel pianeta, dando vita a esseri mostruosi e pelosi.
Secondo i nostri studi, questi esseri mostruosi dal pelo rosso, sono ancora esistenti nel nostro pianeta, o almeno dei discendenti di questa razza, sono conosciuti con il nome di bigfoot, e vivono all’interno della terra, ma in un’altra dimensione; ogni tanto vengono avvistati in prossimità di grandi foreste, questi tramite tunnel sotterranei, riescono a risalire in superficie.  Le migliaia di avvistamenti di questi esseri non possono essere frutto di fantasia, sicuramente sono dei superstiti di quei tempi lontani.
LA QUARTA RAZZA.   Dopo l’esperimento della Terza razza, ecco che le “Stanze di Dzyan” passano alla descrizione della formazione della Quarta:
“Vedendo la qual cosa i Lha, che non avevano costruito uomini, piansero dicendo:”Gli Amanasa hanno disonorato le nostre future dimore..insegniamo loro meglio perchè di peggio non avvenga…”. Così fecero.  Allora tutti gli uomini divennero dotati di manas…La quarta razza sviluppò la parola” (Stanza IX, 33-34-35-36).
Questa volta non i Dyhani ma i Lha, dei celesti con poteri sovrumani, restarono delusi dalla riuscita di questo terzo esperimento che aveva generato degli Esseri “Amanasa”, cioè senza “Manas”, senza mente.  E allora corsero ai ripari: aggiunsero qualcosa per cui la Terza Razza sviluppò la parola e divenne così la Quarta razza che, se pur non proprio gradevole dal punto di vista estetico, divenne intelligente.
Ma ecco che l’intelligenza sviluppò evidentemente anche la malignità e la cattiveria per cui ricominciarono i guai:
“La Terza e la Quarta divennero gonfie di orgoglio: ‘Noi siamo i re, noi siamo gli dei’.  Essi presero mogli belle a vedere. Mogli dai senza-mente, da quelli dal capo schiacciato: essi generarono dei mostri, demoni malvagi maschi e femmine, anche Khado, con piccole menti”.
Si deve quindi dedurre che la Terza Razza, mal riuscita, non fu annientata ma fu rifinita e modificata; tuttavia molti esemplari dovettero rimanere, specialmente donne, per cui da questi accoppiamenti si generò una Razza cattiva con la comparsa dei Khado, ovvero Esseri inferiori con piccole menti.
Ricapitolando:
dalla Terza Razza modificata (cioè dotata di mente) si ebbero due specie: una originata da accoppiamenti di appartenenti alla Terza Razza modificata e una originata da accoppiamenti della Terza modificata con donne della Terza non rifinita.
Avvenne quindi che la Quarta Razza, invece di progredire, ottenne dei processi involutivi fisici e mentali rispetto alla dotazione dei “Manas”; difatti il senso della ragione, a poco a poco, fu adoperato sempre più per scopi immorali e malefici:
“Eressero templi al corpo umano.  Essi adorarono il maschio e la femmina. Allora il terzo occhio cessò di funzionare…”. (Stanza X, 42).
Il senso della ragione, quindi, era servito esclusivamente ad erigere Templi al porto umano, ad abbrutirsi in una errata Religione e ad atrofizzarsi nel culto di se stessi: fu una Razza forte ma tuttavia malvagia, che dimenticò ben presto i propri Costruttori.
Fu questa la famosa Razza dei Giganti:
“Essi fabbricarono immense città. Fabbricarono con terre e metalli rari dei fuochi vomitati, della pietra bianca delle montagne e della pietra nera.  Essi scolpirono le proprie immagini, della propria grandezza e somiglianza e le adorarono.  Essi fabbricarono grandi immagini, grandi nove yati, statura del loro corpo…” (Stanza XI, 43-44).
Questa è la razza che si riferisce agli atlantidi, essi erano stati generati dalla terza razza, che venne a sua volta modificata, con interventi genetici per raffinare il corpo.
Questa razza aveva intelletto e grandi qualità spirituali, gli atlantidi nella Grecia antica, venivano raffigurati simbolicamente con la figura dei ciclopi, esseri giganti che disponevano di un occhio solo al centro della fronte, questo rappresentava simbolicamente la ghiandola pineale aperta, quindi il terzo occhio o occhio divino.  Si narra anche che avevano la possibilità di vedere la propria anima all’interno del loro corpo, e che questa veniva percepita all’esterno come un bagliore.
Dopo l’epoca d’oro, questa civiltà si corruppe, o venne infiltrata, e frange che inseguivano il potere materiale presero il sopravvento, creando guerre e non dando ascolto alla saggezza che i divini creatori avevano impartito.
Avvenne la prima grande catastrofe, in cui venne usata un’arma devastante, destinata prima ad un uso diverso, ora veniva usata per la morte.  Questa arma sfuggì al controllo e distrusse quasi la terra.
La seconda catastrofe avvenne per una caduta di un asteroide, o l’inversione dei poli magnetici, che distrusse atlantide inabissando poseidonia la capitale provocando immense fratture terrestri, che poi diedero vita agli attuali continenti.
La catastrofe che distrusse Atlantide:
“L’acqua minacciava la Quarta. Le prime grandi acque vennero. Esse inghiottirono le sette grandi isole. Tutti i santi salvati, gli empi distrutti. Con questi, molti degli animali colossali prodotti dal sudore della terra…”. (Stanza XI, 45-46).
Si fà quindi espresso riferimento ad una catastrofe avvenuta sul pianeta Terra nella notte dei Tempi, per cui potrebbe essere sia il ben noto Diluvio universale, sia la scomparsa del continente di Atlantide, sia la caduta di un immenso meteorite e sia l’esplosione e la disintegrazione  di un intero pianeta del sistema solare (il pianeta Mellon).
Qui ora vogliamo sottolineare un passo molto importante del libro:
“Presero delle mogli piacevoli a vedersi. Donne prese tra coloro che erano sprovvisti di mente, dalle teste strette, e nacquero dei mostri, cattivi demoni, maschi e femmine, e anche del Khado, con piccole menti”.
Dal libro della Genesi:
“Quando gli uomini cominciarono a moltiplicarsi sulla faccia della terra e furono loro nate delle figlie, avvenne che i figli di Dio videro che le figlie degli uomini erano belle e presero per mogli quelle che si scelsero fra tutte.  Il SIGNORE disse:”Lo Spirito mio non contenderà per sempre con l’uomo poichè, nel suo traviamento, egli non è che carne; i suoi giorni dureranno quindi centoventi anni”.  In quel tempo c’erano sulla terra i giganti, e ci furono anche in seguito, quando i figli di Dio si unirono alle figlie degli uomini, ed ebbero da loro dei figli.  Questi sono gli uomini potenti che, fin dai tempi antichi, sono stati famosi.  Il SIGNORE vide che la malvagità degli uomini era grande sulla terra e che il loro cuore concepiva soltanto disegni malvagi in ogni tempo. Il Signore si pentì d’aver fatto l’uomo sulla terra, e se ne addolorò in cuor suo. E il SIGNORE disse:”Io sterminerò dalla faccia della terra l’uomo che ho creato: dall’uomo al bestiame, ai rettili, agli uccelli dei cieli; perchè mi pento di averli fatti”. Ma Noè trovò grazia agli occhi del SIGNORE”.
Genesi 6:1-8
Dal libro di Enoc:
“Dopo che i figli degli uomini si furono moltiplicati, nacquero loro in quei giorni belle e amabili figlie.  Ma quando gli angeli, i figli del cielo, le videro furono presi dal desiderio per esse e parlarono fra loro:”Orsù scegliamoci delle mogli tra le figlie degli uomini e generiamoci dei figli”. ( Enoc cap. 6)
“Costoto si presero moglie, ciascuno di loro se ne scelse una e cominciarono a frequentarle e a contaminarsi con esse, le ammaestrarono nelle arti magiche nelle formule di scongiuro, nel taglio di piante e radici e rivelarono le piante dotate di proprietà medicinali. Ma esse rimasero incinte e generarono giganti altri tremila cubiti che consumarono il prodotto degli uomini.  Ma quando gli uomini non poterono più rifornirli di nulla, i giganti si rivoltarono contro di loro e li divorarono…” (Enoc cap. 7: 1-4)
Dalla Terza Razza modificata (cioè dotata di mente) si ebbero due specie: una originata da accoppiamenti con appartenenti della Terza Razza modificata e una originata da accoppiamenti  della Terza modificata con donne della Terza non rifinita.
I testi sono simili, raccontano la stessa storia, e presumibilmente alcuni uomini della terza razza modificata (perfezionata geneticamente affinchè si incarnasse l’anima), si cominciarono ad accoppiare generando figli, questi erano i figli di Dio, altri invece si accoppiarono con delle donne non perfezionate (in cui non si incarnava l’anima ?) o un’altra specie ?, da qui nacquero dei figli malvagi “cattivi demoni”, chiamati nella Bibbia anche nephelim, questi i figli degli uomini.
Quindi questi figli di Dio non erano angeli caduti o alieni  come molti asseriscono, ma erano i discendenti della terza razza, che per un motivo che non sappiamo, cominciarono ad accoppiarsi con delle donne che vengono descritte con la testa stretta, e prive di mente, che a sua volta generarono una nuova specie di mostri.
Dal ceppo della terza razza modificata, si generarono due specie diverse, chiamati i figli di Dio e i figli degli uomini, questo concetto è bene  espresso nello gnosticismo, e in molte altre antiche tradizioni esoteriche e religiose, in cui il mondo è diviso in figli della luce, esseri spirituali, e i figli dell’oscurità, esseri puramente materiali.
Noi presumiamo che la diversità non consiste nella razza specifica, ma nell’avere o no l’anima.
Restano ancora delle domande su chi fossero queste altre donne con la testa stretta, o se erano un’altra specie ?
Se erano un’altra specie furono creati dagli stessi creatori, con gli stessi fini ?
E questi figli degli uomini o nephelim sono ancora tra noi ?
LA QUINTA RAZZA.  “Pochi furono i superstiti, Alcuni tra i gialli, alcuni tra i bruni e i neri, alcuni tra i rossi rimasero. Quelli del colore della Luna erano partiti per sempre”.
“La Quinta prodotta dal gregge santo, restò; essa fu governata dai primi Re Divini. I Serpenti che ridiscesero, che fecero pace con la Quinta, la istruirono e guidarono”. (Stanza XII, 48-49).
La Quinta Razza, quella presente sulla Terra, sembra non abbia ricevuto alcun intervento di ingegneria genetica; è rimasta quella uscita malconcia, ma salva, da una catastrofe procurata.  Una Razza che si avvaleva di alleanze e patti con gli Dei, visti i precedenti e fallimentari tentativi; una Razza presumibilmente mista ad incroci con le stesse Divinità per cui potrebbero essere sorte due Stirpi: una direttamente apparentata con gli Esseri superiori ed una prettamente terrestre. Dimostrare questa ipotesi è difficile o quanto meno richiederebbe fiumi d’inchiostro (…).
Conclusione.   Sulla Terra migliaia di anni fa, una razza di “costruttori” entità angeliche ultradimensionali, venne su questo pianeta per dare il via all’esperimento dell’uomo.
Serviva un pianeta dove dare vita a un corpo fisico di tipo umano, simile alle fattezze degli stessi costruttori, in cui si potesse incarnare l’anima.
Nel libro si fà riferimento a più razze di costruttori, e tra questi una superiore a tutte le altre.
Apportarono più volte perfezionamenti al corpo fisico, e si denota chiaramente che questi esseri controllano da lontano ma con costanza, l’evoluzione spirituale dell’umanità.  Dopo vari tentativi ed errori, riuscirono a creare un corpo fisico in cui la scintilla divina, l’anima, si potesse incarnare per fare le esperienze nel mondo materiale fisico, come volontà della grande energia creatrice, da cui si diramano tutte le anime.
Questo uomo venne creato prendendo come base un mammifero acquatico, di cui non si capisce se creato dagli stessi in un tempo precedente, o già esistente sul pianeta.
Su questo pianeta hanno convissuto contemporaneamente più razze e più specie diverse, come del resto affermano anche le pietre di ica e altri antichi reperti, in cui viene descritto che convivevano sulla terra più specie sia umane che di tipo rettiloide.
Non sappiamo però chi ha creato le une e chi le altre, o se sono gli stessi, e per quali fini, sappiamo però da molti resoconti storici che vi sono state delle guerre combattute sia tra gli atlantidei stessi, divisi in fazioni, sia atlantidei con altre specie sulla terra, sia guerre tra entità dimensionali.
Noi sappiamo che molte di queste specie sono sopravvissute fino ai giorni nostri, e vivono all’interno della terra in una dimensione diversa dalla nostra (la terra cava), dove si sarebbero rifugiati prima della grande catastrofe anche gli atlantidei rimasti fedeli alla luce, formando il regno di agartha insieme al consiglio dei 10 saggi che governava atlantide, formati da esseri di grande saggezza appartenenti ad altre dimensioni, sicuramente i costruttori, tra di essi vi è il re del mondo, chiamato da molti esoteristi Melchisedec.
Essi sono i guardiani dell’evoluzione umana, e attendono la fine del ciclo previsto per risalire in superficie e ripristinare il regno della luce.
Secondo le nostre ricerche ci sarà una sesta razza sulla terra, ma questa volta non sarà modificata geneticamente, i maestri delle stelle ritornando riattiveranno alcune funzioni dell’uomo, funzioni psichiche e spirituali che sono state bloccate o ridotte a suo tempo perchè ancora non era pronto.
L’umanità quindi si appresta a finire un ciclo durato migliaia di anni, un grande ciclo cosmico, e sarà ora pronta a definire un nuovo percorso, caratterizzato non più dalla dualità ma di pace e di amore, in cui tutti gli esseri ritorneranno all’uno originario.
Naturalmente solo i destinati potranno accedere a questo nuovo orizzonte, chi non avrà una certa struttura spirituale sarà annientato con lo stesso mondo disumano che ha alimentato e sostenuto.
Sono questi i figli degli uomini, i figli dell’oscurità, che periranno insieme ai loro padroni, coloro che credono di avere il potere su questo pianeta.
Abbiamo cercato con questo articolo di riassumere il più possibile le nostre ricerche e i nostri studi, non entrando nel dettaglio di argomenti che risulterebbero infiniti, affinchè sia semplice capire argomenti di tale complessità ma di grande valore storico per l’umanità.   Cercando di fornire dei dati e basi da cui partire per effettuare una propria ricerca personale”.
FONTE: http://lastella.altervista.org/il-libro-di-dzyan-la-storia-proibita-

Theosophy
John Algeo and Senzar – Part one

Il mistero del linguaggio misterioso
[Nota dell’editore: si tratta di una versione leggermente rivista per adattarsi al modello di Theosophy Forward e per rendere il documento più leggibile.]


Tra le curiose leggende della Dottrina Segreta di H. P. Blavatsky ci sono i suoi riferimenti a una lingua chiamata Senzar. Il Senzar è un mistero. Secondo la Blavatsky, è la lingua originale delle strofe di Dzyan, che costituiscono il nucleo del suo grande libro, e di alcuni commenti e glosse sul Libro di Dzyan, mentre altri sono in cinese, tibetano e sanscrito.
La versione delle strofe che presenta ne La Dottrina Segreta è una riduzione degli originali e fonde il testo delle strofe con varie glosse (I, 23). 
I riferimenti al volume e al numero di pagina si riferiscono solo alla Dottrina segreta (la paginazione originale); gli altri riferimenti sono identificati da abbreviazioni. – Alcuni testi delle stesse strofe sono in altre lingue; per esempio, la strofa 6 è detta tradotta da un testo cinese (I, 36n).
L’impressione che se ne ricava, quindi, è che la formulazione delle strofe nel SD non sia semplicemente una traduzione di un testo fisso in una lingua chiamata Senzar, ma sia piuttosto una riproposizione per gli studenti moderni di quelle parti delle strofe che la stessa Blavatsky comprendeva, attingendo alle fonti che aveva a disposizione per rendere le idee più comprensibili. In altre parole, le strofe di Dzyan, così come le abbiamo, non sono un testo sacro fisso, ma un’approssimazione. La versione che abbiamo non è tanto una traduzione quanto una parafrasi. Questa differenza è importante per capire che tipo di lingua sia il Senzar.
La Blavatsky definisce il Senzar “una lingua assente dalla nomenclatura delle lingue e dei dialetti che la filologia conosce” (I, xxxvii), ed è così. Il nome di Senzar non compare in nessuno degli elenchi delle lingue del mondo compilati dai linguisti, né è probabile che lo faccia mai. Di Senzar sappiamo solo quello che ci ha detto HPB, anche se in realtà ci ha detto molto.
SENZAR E ALTRE LINGUE
Molto di ciò che la Blavatsky dice sul Senzar lo fa sembrare una lingua comune come le altre, soprattutto se leggiamo i suoi commenti in modo acritico o con un’interpretazione eccessivamente letterale. In effetti, la questione di cosa sia il Senzar è significativa proprio perché è un caso tipico della tentazione di interpretare la Blavatsky (e altre autorità teosofiche) in modo letterale e materialistico, quando spesso ciò di cui parlano è qualcosa di più simbolico e astratto.
La tentazione di letteralizzare è sempre presente ed è favorita dalla stessa Blavatsky. Ad esempio, descrive un sogno in cui studiava il Senzar nella casa del Maestro K.H., mentre migliorava il suo inglese con il suo aiuto (ML 471). Potremmo concludere che il Senzar e l’inglese sono cose simili. Tuttavia, si trattava solo di un sogno e, anche così, la sua descrizione non ci dice che tipo di cosa sia il Senzar.
Ne La Dottrina Segreta, la Blavatsky cita un “Catechismo del Senzar” (I, 9), che altrove viene definito “Catechismo Esoterico [o Occulto]”. Questo catechismo non è necessariamente scritto in Senzar; potrebbe invece riguardare il Senzar, dato che i titoli alternativi suggeriscono che si tratta di argomenti esoterici o occulti.
La definizione diretta di Senzar nel Glossario Teosofico (295) lo fa sembrare un linguaggio ordinario utilizzato in modo straordinario:
SENZAR. Il nome mistico per la lingua segreta sacerdotale o la “parola-mistero” degli Adepti iniziati, in tutto il mondo.
A causa di affermazioni come questa, possiamo anche supporre che quando la Blavatsky usa espressioni come “linguaggio segreto sacerdotale” o “discorso misterico”, probabilmente si riferisce a Senzar.
Tuttavia, a volte Blavatsky utilizza termini in sensi ampi e sovrapposti. Di conseguenza, non possiamo essere certi che tutte le sue affermazioni su un “linguaggio primordiale”, “sacro”, “segreto”, “sacerdotale” o “misterico” si riferiscano a Senzar, anche se sembra probabile che molte di esse lo facciano. Alcune apparenti contraddizioni, tuttavia, potrebbero essere dovute all’uso di tali termini sia per il Senzar che per altre lingue. Non possiamo esserne certi. Anche l’uso dei termini LINGUA e PAROLA non è affatto così determinante come potrebbe sembrare nell’identificazione di ciò che è il Senzar – una questione considerata in dettaglio più avanti.
La Blavatsky confronta esplicitamente il Senzar con altre lingue ordinarie. Per esempio, parla di “alfabeti Senzar e Sanscrito” (CW XII, 642), come se fossero cose parallele. Contrappone il sanscrito come antica lingua vernacolare alla lingua sacra o misterica, quella che, anche nella nostra epoca, è usata dai fachiri indù e dai brahmani iniziati nelle loro evocazioni magiche” (ISIS, II, 46). Definisce la “lingua sacerdotale o “lingua del mistero” il “progenitore diretto” o “radice” del sanscrito (II, 200, CW V, 298) e identifica il Senzar come “antico sanscrito” (ISIS, I, 440).
La Blavatsky sembra anche mettere in relazione il Senzar con l’Avestan, la lingua delle più antiche scritture persiane, ma i suoi commenti a questo proposito sono suscettibili di più di un’interpretazione.
Simboli esoterici e mistici
Il libro che contiene gli antichi inni persiani è spesso chiamato Zend-Avesta; di conseguenza, il nome ZEND è stato usato in passato per la lingua in cui il libro è stato scritto. Tuttavia, la parola ZEND significa “commento”, mentre ZEND-AVESTA indica qualcosa come “Avesta interpretato” o “Avesta con commenti”. La Blavatsky è ben consapevole del significato proprio di ZEND quando lo identifica per gioco con Senzar, in un tipo di “etimologia occulta” che le piaceva molto, ma che nessun filologo accetterebbe per la sua validità storica. Potremmo chiamare questo gioco di parole “etimologia sincronica”.
[In contrasto con l’usuale tipo di etimologia diacronica (o storica) praticata dai filologi e con allusione al principio di sincronicità, o coincidenza significativa, di C.G. Jung].
Non esiste una connessione storica e causale tra le parole in questione, ma la loro somiglianza di suono è una coincidenza significativa.
Ciò che HPB dice su Zend e Senzar merita un attento esame:
… la parola “Zend” non si applica a nessuna lingua, né morta né vivente, e non è mai appartenuta a nessuna delle lingue o dei dialetti dell’antica Persia… Significa, come giustamente affermato, “un commento o una spiegazione”, ma significa anche ciò di cui gli orientalisti non sembrano avere idea, cioè la “resa dell’esoterico in frasi exoteriche”, il velo usato per nascondere il corretto significato dei testi ZEN-(D)-ZAR, il linguaggio sacerdotale in uso tra gli iniziati dell’India arcaica. Ritrovata in diverse iscrizioni indecifrabili, è ancora oggi utilizzata e studiata nelle comunità segrete degli adepti orientali e da loro chiamata – a seconda della località – ZEND-ZAR e BRAHMA o DEVA-BHASHYA. (CW IV, 517-18n)
BHASHYA in sanscrito significa “parlare, parlare”; quindi BRAHMA-BHASHYA o DEVA-BHASHYA significa “lingua divina”. Altrove, HPB cita una lettera in cui la “lingua segreta dei sacerdoti” è chiamata SENZAR BRAHMA-BHASHYA (CW V, 62). Le osservazioni di HPB su Zend citate sopra sono riprese nel GLOSSARIO (386):
ZEND significa “un commento o una spiegazione” … Come osserva il traduttore della VENDIDAD…: “ciò che si è soliti chiamare “lingua dello Zend”, dovrebbe essere chiamato “lingua dell’Avesta”, poiché lo Zend non è affatto una lingua… Perché lo Zend non dovrebbe essere della stessa famiglia, se non identico allo ZEN-SAR, che significa anche il discorso che spiega il simbolo astratto, o la “lingua misteriosa” usata dagli Iniziati?
Tuttavia, se Zend e Senzar sono “della stessa famiglia, se non identici”, e se Zend è “nessuna lingua”, che cosa dobbiamo concludere sulla natura di Senzar? Apparentemente che anch’esso non è affatto una lingua. Inoltre, in entrambi i passaggi sopra citati, HPB indica che il Senzar (con i nomi scherzosi di ZEND-ZAR e ZEN-SAR) ha a che fare con l’interpretazione di comunicazioni esoteriche in forme exoteriche e con la spiegazione di simboli astratti. Questo legame con i simboli astratti è significativo, come vedremo.
Nonostante questi paragoni tra il Senzar e il linguaggio ordinario, e altri paragoni di questo tipo riportati di seguito, il Senzar non è una forma di linguaggio ordinario. È segreto. È diffuso in tutto il mondo. È usato dagli adepti iniziati. Comporta la spiegazione (ZEND) di simboli astratti. E ha altre peculiarità che lo distinguono dal linguaggio ordinario.
ALCUNI ENIGMI SUL SENZAR
Un altro dei paragoni linguistici di HPB crea un rompicapo interpretativo, se assumiamo che con Senzar stia parlando di un linguaggio ordinario:
Il Neter Khari (alfabeto ieratico) e il linguaggio segreto (sacerdotale) degli Egizi sono strettamente correlati al più antico “Discorso della Dottrina Segreta”. È un Devanagari con combinazioni e aggiunte mistiche, in cui il Senzar entra ampiamente. (CW, XIV, 97)
Lo ieratico è una forma corsiva di scrittura geroglifica egiziana. Il suo paragone con il Devanagari si riferisce probabilmente solo all’uso sacro di entrambe le scritture; esse sono molto diverse nell’aspetto e nei principi. Se “il più antico ‘Discorso della Dottrina Segreta'” è il Senzar, come sembra probabile, HPB afferma per due volte una relazione tra il Senzar e i geroglifici – un’affermazione difficile da comprendere alla luce del suo precedente collegamento tra il Senzar e il sanscrito, dal momento che questo e l’egiziano non hanno alcuna affinità nota.
[Alcuni linguisti russi hanno proposto un collegamento tra l’hamito-semitico (che include l’egiziano) e l’indoeuropeo (che include il sanscrito) in un’ipotetica famiglia linguistica nostratica; tuttavia, questa teoria è generalmente considerata speculativa. In ogni caso, nel passo citato la Blavatsky sembra parlare più di sistemi di scrittura che di lingua vera e propria. La sua confusione tra scrittura e parola è discussa più avanti].
Ci sono altre perplessità nelle dichiarazioni di HPB su Senzar. Uno di questi si presenta durante una discussione sull’identità di Amida Buddha, in cui afferma: “Amida” è la forma Senzar di “Adi”” (CW XIV, 425). AMIDA è infatti la forma giapponese della parola sanscrita AMITABHA, il nome di uno dei cinque (o sette) Dhyani Buddha che simboleggiano il potere creativo dell’Adi o Buddha primordiale. Se prendiamo l’affermazione di HPB come un’etimologia, si sbaglia su due punti. AMIDA è giapponese, non Senzar (a meno che Senzar non sia anche giapponese, oltre che sanscrito ed egiziano); e AMIDA non ha lo stesso significato di ADI.
Inoltre, HPB doveva essere a conoscenza di questi semplici fatti. È difficile immaginare che non lo sapesse, e quindi deve aver inteso qualcosa di diverso da una semplice etimologia con la sua affermazione. In realtà, HPB non era molto interessata o preoccupata dalla forma filologica dell’etimologia; era molto più interessata a una connessione simbolica tra le cose. Questa singolare affermazione deve essere simbolica, una possibilità su cui torneremo.
Come ultimo esempio degli enigmi che circondano Senzar, possiamo notare la leggenda del meraviglioso albero di Kumbum. Si tratta di un albero che si suppone cresca solo in Tibet e che sia nato originariamente da uno dei capelli del Lama Tsong-Kha-pa, un avatar del Buddha. La Blavatsky cita un resoconto dell’Abbe Huc, il quale afferma che le foglie e la corteccia di questo albero hanno impresse lettere e caratteri e che, se la corteccia viene staccata, sugli strati interni appaiono caratteri diversi.
Il racconto è una sorta di familiare narrazione di meraviglie del viaggiatore, ma HPB aggiunge diversi dettagli. Dice che la scrittura sull’albero di Kumbum è
in Sansar (o lingua del Sole) (antico sanscrito); e che l’albero sacro, nelle sue varie parti, contiene IN ESTENSO l’intera storia della creazione, e in sostanza i libri sacri del buddismo. In questo senso, ha la stessa relazione con il buddismo delle immagini del tempio di Dendera, in Egitto, dovute all’antica fede dei faraoni. (ISIS, I, 440)
L’associazione di Senzar con il sanscrito è già stata notata, e il confronto di Senzar con le immagini sarà notato più avanti. La Blavatsky aggiunge che le immagini egizie rappresentano allegoricamente una cosmogonia (ISIS, I, 441), un punto significativo dal momento che il Senzar è usato anche nelle Stanze di Dzyan per esprimere una cosmogonia.
Altrove, ripete i punti principali sull’albero di Kumbum e insiste sul fatto che
L’albero delle lettere del Tibet è un dato di fatto; inoltre, le iscrizioni nelle cellule delle sue foglie e nelle sue fibre sono in SENZAR, o lingua sacra usata dagli Adepti, e nella loro totalità comprendono l’intero Dharma del Buddhismo e la storia del mondo. (CWIV, 350-5)
L’albero di Kumbum è un mistero tanto quanto la scrittura Senzar che vi compare.
Alcune affermazioni della Blavatsky sul Senzar lo fanno passare dal regno dell’ordinario a quello dello straordinario, anzi del fantastico, se si prendono alla lettera i suoi commenti. Collega il Senzar a sistemi di scrittura diversi come i geroglifici e il devanagari. Identifica una parola giapponese come una forma Senzar del sanscrito. Dice che sulle foglie e sulla corteccia del leggendario albero di Kumbum sono impressi i simboli Senzar che descrivono l’intero insegnamento buddista e la storia del mondo. Quale lingua può essere e fare tutte queste cose?
L’ANTICA LINGUA MISTERIOSA
Quando la Blavatsky parla del Senzar stesso, fornisce una genealogia molto antica della lingua. Dice che “c’è stato un tempo in cui tutto il mondo era “di un solo labbro e di una sola conoscenza”” (I, 229), vale a dire che “durante la giovinezza dell’umanità c’era una sola lingua, una sola conoscenza, una sola religione universale” (I, 341). In questa idea, HPB fa eco a Ralston Skinner, che in un passo citato ne La Dottrina Segreta postula “un’antica lingua che modernamente e fino a questo momento sembra essere andata perduta, le cui vestigia, tuttavia, esistono abbondantemente” (I, 308).
Ripete spesso questa idea, menzionando “l’unica lingua universale sacerdotale” (CW, XIV, 96), “un’unica lingua universale esoterica o ‘misterica’ … la lingua degli Ierofanti, che ha sette ‘dialetti’, per così dire, ognuno dei quali si riferisce, ed è particolarmente appropriato, a uno dei sette misteri della Natura” (I, 310), e dice che questa “lingua segreta, comune a tutte le scuole di scienza occulta[,] un tempo prevaleva in tutto il mondo” (CW V, 306).
Questa “lingua segreta sacerdotale” è il Senzar, la lingua in cui è stato scritto “un vecchio libro”, l’opera originale da cui sono stati compilati i libri del Kiu-ti. Il “vecchio libro” fu trascritto in Senzar “dalle parole degli Esseri Divini, che lo dettarono ai figli della Luce, in Asia Centrale, proprio all’inizio della quinta (nostra) Razza”. Ma il Senzar stesso è molto più antico,
perché c’è stato un tempo in cui la sua lingua (il SEN-ZAR) era nota agli Iniziati di ogni nazione, quando gli antenati dei Toltechi la comprendevano con la stessa facilità degli abitanti della perduta Atlantide, che l’avevano ereditata, a loro volta, dai saggi della 3ª Razza, i MANUSHIS, che l’avevano appresa direttamente dai DEVAS della 2ª e 1ª Razza. (I, xliii)
Il passo precedente è di notevole interesse, poiché, fornendo una tale antichità alla storia del Senzar, ha effettivamente indicato che il Senzar non è propriamente una lingua. Commentando lo sloka 36 della Stanza 9, “La Quarta Razza sviluppò la parola”, la Blavatsky dice:
I Commentari spiegano che la prima Razza – i Figli eterici o astrali dello Yoga, chiamati anche “Nati dal Sé” – era, nel nostro senso, priva di parola, in quanto priva di mente sul nostro piano… La Terza Razza sviluppò all’inizio un tipo di linguaggio che era solo un leggero miglioramento dei vari suoni della Natura, del grido degli insetti giganteschi e dei primi animali… L’intera razza umana era a quel tempo “di una sola lingua e di un solo labbro”. ( II, 198)
Ovviamente, non poteva trattarsi di una lingua o di un labbro. Infatti, questo tipo di comunicazione primordiale non è affatto ciò che chiameremmo linguaggio. Poiché il linguaggio, nel senso ordinario del termine, non si è sviluppato fino al periodo della Quarta Razza, ciò che è stato appreso dai Deva della Prima e della Seconda Razza ed ereditato dai saggi della Terza deve essere qualcosa di diverso dal linguaggio ordinario.
Qualunque cosa fosse il Senzar, HPB racconta come sia diventato una “lingua” segreta e sacerdotale (CW, XIV, 180-81). Dopo aver ribadito l’affermazione che “nell’antichità c’era una sola conoscenza e una sola lingua”, dice che la conoscenza e la lingua in cui si esprime divennero esoteriche dopo la sommersione di Atlantide, “e, da universale, divenne limitata a pochi”. La memoria dell’esotericizzazione del “labbro unico”, o lingua dei Misteri, la cui conoscenza fu “gradualmente negata alle generazioni successive”, è stata conservata nel mito biblico della Torre di Babele, che riguarda un’epoca in cui agli esseri umani fu impedito di comprendersi a vicenda a causa del loro peccato di presunzione.
In seguito all’esotericizzazione del Senzar, in ogni nazione si diffusero due lingue: “(a) la lingua profana o popolare delle masse; (b) la lingua sacerdotale o segreta degli Iniziati dei templi e dei misteri… LULTIMA È UNA E UNIVERSALE” (CW V, 297). Questo stato di cose diviso, tuttavia, non è destinato a continuare indefinitamente. Quando la Blavatsky osserva “che l’intero ciclo del linguaggio misterico universale non sarà padroneggiato per interi secoli a venire” (I, 318), sottintende che il linguaggio, un tempo generalmente conosciuto e ora esoterico, sarà di nuovo un giorno pienamente padroneggiato dall’umanità.
L’esistenza di lingue sacre è nota in tutto il mondo. Il latino era, e in misura limitata è ancora, una lingua sacra per la cristianità occidentale. L’ebraico è una lingua sacra per l’ebraismo. Il sanscrito lo è per l’induismo e il pali per il buddismo meridionale. Le lingue sacre sono usate per le scritture, per i rituali e spesso per gli scritti scientifici su argomenti religiosi. Tali lingue sacre possono essere intese alla voce LINGUA MISTERIOSA del Glossario Teosofico(220):
Il gergo segreto sacerdotale impiegato dai sacerdoti iniziati e usato solo quando si parla di cose sacre. Ogni nazione aveva la sua lingua “misteriosa”, sconosciuta solo a coloro che erano ammessi ai Misteri.
HPB pone una tale enfasi sull’unità dell’unica lingua misterica del Senzar che, se dobbiamo intendere alla lettera l’affermazione qui riportata secondo cui ogni nazione aveva una propria lingua (implicitamente, distinta), allora ciò che si intende è qualcosa come le lingue sacre delle varie religioni piuttosto che la lingua misterica primordiale chiamata Senzar. In genere, quando HPB parla di un’unica lingua misteriosa universale, intende qualcosa di molto più elementare e misterioso delle comuni lingue sacre. A volte HPB usa un termine per diversi riferimenti, quindi dovremmo probabilmente distinguere tra l’unica lingua misterica primordiale di tutta l’umanità, che è il Senzar, e le varie lingue misteriche delle singole culture, che sono lingue sacre come il latino, l’ebraico e il sanscrito.
La Blavatsky fa risalire la storia del Senzar ai tempi primordiali del nostro ciclo mondiale, prima che l’umanità avesse una lingua fisica con cui parlare o una mente con cui pensare. Era il possesso comune dell’umanità nascente prima che il linguaggio vero e proprio si sviluppasse del tutto. Poi, nell’evoluzione della nostra specie, si verificò un momento di grande rottura, simboleggiato da miti come la Torre di Babele, il Diluvio e la distruzione di Atlantide. La comunione primitiva si ruppe, una disgiunzione separò ciò che è coscientemente noto da ciò che è inconsciamente ricordato, e una parte della mente umana affondò nelle acque dell’inconscio mentre un’altra parte divenne coscientemente attiva.
I miti di Babele, del Diluvio e di Atlantide sembrano parlare di una tale separazione all’interno dell’anima umana, in cui gli aspetti consci e inconsci della nostra mente sono nati come modalità separate, sostituendo la mente indivisa e indifferenziata della proto-umanità. Il Senzar era il linguaggio comune dell’umanità prima di questa divisione. Dopo la differenziazione della mente conscia da quella inconscia, il Senzar è diventato il linguaggio “esoterico”, cioè il linguaggio dell’inconscio, che l’adepto iniziato traduce nei linguaggi pubblici exoterici della mente conscia.
LINGUAGGIO, LINGUE E SCRITTURA
Per dare un senso ai misteri che circondano Senzar, dobbiamo considerare il significato della parola LINGUAGGIO. Come la maggior parte delle altre parole, ha più di un uso. Se intendiamo una parola in uno dei suoi significati, mentre il suo produttore l’ha intesa in un’accezione diversa, il risultato è una confusione e un’interpretazione errata.
IlWEBSTER’S THIRD NEW INTERNATIONAL DICTIONARY riporta sei significati principali, inclusi quattordici sussidiari, per la parola LINGUA, due dei quali sono di particolare rilevanza in questo caso. Il primo significato è quello delle parole, della loro pronuncia e dei metodi di combinazione utilizzati e compresi da una comunità considerevole e consolidati da un lungo uso.
Esempi citati per questo significato sono “lingua francese”, “gruppo di lingue bantu” e “il latino classico è una lingua morta”. Un altro significato, tuttavia, è
un mezzo sistematico per comunicare idee o sentimenti attraverso l’uso di segni convenzionali, suoni, gesti o segni che hanno un significato comprensibile.
Esempi citati per questo significato sono “linguaggio delle dita”, “linguaggio dei fiori”, “linguaggio della pittura” e “la matematica è un linguaggio universalmente compreso”. Limitandoci a questi due significati su quattordici, possiamo costruire un riassunto del linguaggio per mostrare alcuni tipi di cose che sono state chiamate “linguaggio”.
Riassunto del linguaggio

  1. Lingua — Lingue umane — Linguaggio — Linguaggio letterale

Inglese, francese, bantu, tamil, latino

  1. Lingua — Lingue umane — Linguaggio — Linguaggio figurato

Allegoria, parabola, mito

  1. Lingua — Lingue umane — Scrittura — Fonogrammi

Alfabeti, sillabari, rebus

  1. Lingua — Lingue umane — Scrittura — Ideogrammi

Geroglifici, Kanji, &, @, 5, +

  1. Linguaggio — Altre comunicazioni — Pittogrammi

Disegni degli Amerindi e degli abitanti delle caverne

  1. Linguaggio — Altre comunicazioni — Altri manufatti

Semafori, musica

  1. Linguaggio — Altra comunicazione — Oggetti naturali

Gesto, fiori
Il linguaggio nel primo senso, il linguaggio umano ordinario, può essere sia parlato che scritto, il primo è il linguaggio vero e proprio e il secondo una rappresentazione visiva del linguaggio parlato.
Il linguaggio parlato può essere (1) letterale, e con esso intendiamo esattamente ciò che diciamo (e un picche è un picche); oppure può essere (2) figurato, simbolico, e con esso intendiamo qualcosa di diverso da ciò che diciamo (e un picche – come nel seme delle carte – può allora stare per una spada, che è un simbolo dell’intelletto). Le lingue letterali ordinarie comprendono gli usi ordinari e quotidiani dell’inglese, del francese, del bantu, del tamil, del latino antico e di molte altre. Gli usi figurativi del linguaggio includono le allegorie, come il Pilgrim’s Progress di Bunyan, le parabole, come quelle dei vangeli, e i miti, come quelli degli antichi dei greci.
La scrittura è costituita da caratteri che rappresentano i suoni di una lingua, chiamati (3) fonogrammi, o da caratteri che rappresentano le parole della lingua, chiamati (4) ideogrammi. Ogni fonogramma può rappresentare un singolo suono, come le lettere del nostro alfabeto, oppure un’intera sillaba, come i caratteri di una forma di scrittura giapponese chiamata hiragana. Un rebus è una forma di scrittura punitiva in cui i segni che rappresentano le cose sono usati per sostituire il suono del nome della cosa; per esempio, l’immagine di un’ape seguita dall’immagine di una foglia può stare per credenza (ape-foglia).
Un ideogramma, invece, indica un’intera parola e ne rappresenta il significato piuttosto che il suono. I geroglifici egiziani utilizzavano gli ideogrammi, così come un’altra forma di scrittura giapponese chiamata kanji, che deriva dagli ideogrammi cinesi. In inglese utilizziamo alcuni ideogrammi: “&” e “@”, i segni per “and” e “at”; numeri come “5”; e i segni di operazioni matematiche come “+” per “plus”. Alcuni di questi segni sono utilizzati in tutte le lingue europee, anche se pronunciati in modo diverso in ciascuna lingua; così “5” è “five” in inglese, “funf” in tedesco, “cinco” in spagnolo, ma significa sempre la stessa cosa.
Il linguaggio nel secondo senso, una sorta di sistema simbolico non linguistico, comprende (5) i pittogrammi, ossia le immagini destinate a trasmettere significati particolari, come quelle disegnate dagli indiani d’America o dagli uomini delle caverne in Europa. Include anche l’uso simbolico delle cose che facciamo: (6) artefatti come i semafori rossi e verdi, o la musica che trasmette idee e sentimenti. Inoltre, comprende l’uso simbolico di (7) oggetti naturali: possiamo leggere i significati nei gesti del viso, o parlare del linguaggio dei fiori, in cui le viole del pensiero, i gigli, la purezza, e i nontiscordardime, il ricordo.
Il fatto che tante cose diverse possano essere chiamate linguaggio non è una scoperta recente. Ralston Skinner, in un passo citato da HPB (I, 308), sottolinea proprio questo fatto:
Per chiarire un’ambiguità sul termine linguaggio: In primo luogo la parola significa l’espressione di idee attraverso la parola umana; ma, in secondo luogo, può significare l’espressione di idee attraverso qualsiasi altro strumento.
Tuttavia, è facile confondere le diverse accezioni di linguaggio, e chiunque di noi può farlo quando parla di modi di trasmettere il significato. Spesso confondiamo la parola con la scrittura, parlando con noncuranza dell’una o dell’altra, e così fece la Blavatsky. Così osserva: “Il DEVANAGARI – i caratteri sanscriti – è il ‘Discorso degli Dei’ e il sanscrito la lingua divina” (CW VII, 264). Da un lato, l’autrice distingue correttamente tra il devanagari, i caratteri per scrivere il sanscrito, e la lingua sanscrita o il discorso stesso; ma allo stesso tempo si riferisce ai caratteri scritti come “discorso”, un’evidente incongruenza. Forse la Blavatsky pensava che la parola sanscrita significasse “discorso degli dei”, ma il suo senso etimologico è piuttosto “città divina (scrittura)”.
Il Devanagari è un incrocio tra un alfabeto e un sillabario. Ha alcune lettere che rappresentano le vocali (quando le vocali formano sillabe senza alcuna consonante) e altre lettere che rappresentano le consonanti più la vocale “A”. I segni diacritici (segni simili ad accenti) vengono aggiunti sopra o sotto una lettera consonante per indicare che è seguita da una vocale diversa da “a” o che è seguita da nessuna vocale. Sebbene sia una forma di scrittura insolita, il devanagari è chiaramente una scrittura in cui i caratteri rappresentano i suoni. Perciò è sconcertante vedere l’osservazione di HPB:
Il vero Devanagari – caratteri non fonetici – significava in passato i segnali esteriori, per così dire, I SEGNI UTILIZZATI NELL’INTERCOMUNICAZIONE TRA DIO E MORTALI INIZIATI. (CW V, 306)
Il sistema di scrittura che conosciamo come devanagari ha caratteri chiaramente fonetici. Quindi, o HPB intende dire che in origine i caratteri avevano un valore aggiuntivo, non fonetico, oppure intende dire che il devanagari storico si è sviluppato da, o è stato influenzato da, o ha sostituito, un precedente sistema di scrittura non fonetico. L’importanza di questa osservazione sul devanagari è che dimostra che bisogna fare attenzione nell’interpretare ciò che HPB intende. Un’interpretazione facile è probabilmente sbagliata.
È persino possibile che il “vero devanagari” a cui si riferisce HPB non sia affatto un sistema di scrittura, almeno nel senso stretto di un sistema di segni visibili che rappresentano i suoni o le parole di una lingua. Nel Glossario (316), il termine SIMBOLISMO è così definito:
L’espressione pittorica di un’idea o di un pensiero. La scrittura primordiale all’inizio non aveva caratteri, ma un simbolo in genere rappresentava un’intera frase o un’intera frase. Un simbolo è quindi una parabola registrata e una parabola un simbolo parlato. La lingua scritta cinese non è altro che una scrittura simbolica, in cui ognuna delle sue diverse migliaia di lettere è un simbolo.
In questa affermazione si combinano diverse cose. La scrittura cinese è propriamente ideografica, cioè i suoi caratteri rappresentano essenzialmente i significati delle parole piuttosto che i loro suoni. Quando, tuttavia, un simbolo pittorico rappresenta un intero gruppo di idee o pensieri che potrebbero essere variamente espressi da una frase o da un gruppo di frasi, si tratta di un pittogramma e non è propriamente una scrittura, ma piuttosto una forma di comunicazione dalla quale potrebbe essersi sviluppata la scrittura primordiale. Un esempio di pittogramma è un disegno amerindiano che raffigura un trattato di amicizia tra le tribù indiane e il governo americano.
L’immagine qui sopra mostra una petizione inviata da un gruppo di sette tribù, indicate dalla loro creatura totem, per chiedere i diritti di pesca in quattro laghi. Le linee che collegano gli occhi e i cuori delle sette tribù indicano che esse “si vedono negli occhi” e sono “di un solo cuore” nella richiesta. La linea che collega la figura principale (una gru totem) ai laghi indica che stanno pensando a quei corpi idrici.
[basato su Henry R. Schoolcraft, INFORMATION RESPECTING THE HISTORY, CONDITION, AND PROSPECTS OF THE INDIAN TRIBES OF THE UNITED STATES (1853), ristampato da John Algeo, PROBLEMS IN THE ORIGINS AND DEVELOPMENT OF THE ENGLISH LANGUAGE, 3rd ed. (New York: Harcourt, 1982), 54-55].
I simboli possono essere immagini, come i pittogrammi amerindi, o disegni più astratti, come gli yantra di alcune forme di induismo. Possono essere altri oggetti, naturali come l’Himalaya o artificiali come Stonehenge. Possono essere parole, pronunciate o scritte. Le parole hanno una particolare probabilità di essere simboliche quando sono usate in modo figurato, in parabole o allegorie. Inoltre, la stessa idea può essere espressa simbolicamente attraverso una varietà di forme alternative, nel qual caso le forme alternative sono equivalenti (come dice HPB, un “simbolo è quindi una parabola registrata, e una parabola un simbolo parlato”). Così Skinner, citato da HPB (I, 308), commenta l’antico linguaggio misterico:
La peculiarità di questa lingua era che poteva essere contenuta in un’altra, nascosta e non percepibile, se non attraverso l’aiuto di un’istruzione speciale; le lettere e i segni sillabici possedevano allo stesso tempo i poteri o i significati dei numeri, delle forme geometriche, delle immagini, o degli ideogrammi e dei simboli, la cui portata progettuale sarebbe stata aiutata in modo determinante da parabole sotto forma di narrazioni o parti di narrazioni; mentre poteva anche essere esposta separatamente, indipendentemente e in modo vario, attraverso immagini, in opere di pietra o in costruzioni di terra.
Skinner afferma che il linguaggio misterioso da lui ipotizzato e che HPB chiama altrove Senzar può essere espresso in modo nascosto nel linguaggio ordinario attraverso il simbolismo delle forme delle lettere o delle corrispondenze, ma può anche essere espresso attraverso storie paraboliche e visivamente in costruzioni di molti tipi. Il linguaggio misterioso non è quindi un’unica forma di espressione, ma è piuttosto un uso simbolico di molte forme diverse.
La parola LINGUAGGIO può essere usata per riferirsi a molte cose diverse: al linguaggio umano o alle sue rappresentazioni scritte, ai disegni simbolici e all’uso simbolico di oggetti di ogni tipo. Tutte queste sono varietà di sistemi di comunicazione. Tra i molti sensi della parola LINGUAGGIO come sistema di comunicazione ci sono due modalità principali di significato: letterale e simbolico.
Il significato letterale è quello per cui le cose sono se stesse (come una vanga è una vanga) o rappresentano altre cose in modo semplice e diretto (come la parola LIBRO rappresenta fogli di carta stampati e rilegati insieme). Il significato simbolico è quello per cui le cose – parole, storie, eventi, oggetti – rappresentano altre cose in modo complesso e allusivo, per analogie e corrispondenze (come una croce rappresenta la materia, la sofferenza, il mondo, e così via). Il Senzar non sembra essere una lingua nel senso di un semplice sistema di comunicazione. Sembra piuttosto una modalità di significato – la modalità simbolica – applicata a qualsiasi tipo di sistema linguistico.


Le sette vie della beatitudine

Da David Reigle il 12 giugno 2024 alle 18:15

Il versetto 4 della prima strofa del “Libro di Dzyan” riportato ne La Dottrina Segreta di H. P. Blavatsky inizia dicendo “le sette vie della beatitudine non erano”. Questo verso, come si trova all’inizio de La Dottrina Segreta, poi come viene commentato nel corpo de La Dottrina Segreta, poi come si trova nella prima bozza del Manoscritto di Wurzburg della Dottrina Segreta, è:

4. Le sette vie della beatitudine non erano. Le grandi cause dell’infelicità non c’erano, perché non c’era nessuno che le producesse e ne rimanesse intrappolato.

4. Le sette vie della beatitudine (Moksha o Nirvana) non esistevano. Le grandi cause di infelicità (Nidana e Maya) non c’erano, perché non c’era nessuno che le producesse e ne rimanesse intrappolato.

4. Le sette vie verso la beatitudine (Moksha o Nirvana) – non c’erano. Le grandi cause dell’infelicità (Nidana e Maya) non c’erano, perché non c’era nessuno che le producesse e ne rimanesse intrappolato.

Nel suo commento la Blavatsky non dice quali siano le sette vie della beatitudine (vol. 1, pp. 38-39). Quando in seguito le fu chiesto quali fossero le sette vie della beatitudine, rispose: “Sono certe facoltà di cui lo studente saprà di più quando si addentrerà nell’occultismo”. (Transactions of the Blavatsky Lodge, p. 25). Nella trascrizione inedita della sua risposta alla Loggia Blavatsky, disse: “Sono praticamente facoltà…”. In risposta alla domanda successiva (omessa nel libro edito), “Allora le sette vie non sono effettivamente menzionate?”, ella disse: “No, non sono menzionate ne La Dottrina Segreta, vero? Non lo sono, direi di no”. (Commentari della Dottrina Segreta, p. 46; oppure Dialoghi della Dottrina Segreta, p. 46). Il suo “non direi” conclusivo suggerisce che non intendeva darli.

Infatti, nel suo articolo “Il mistero del Buddha”, ha detto che il Buddha ha rivelato una parte degli insegnamenti segreti che non avrebbe dovuto: “Nella sua ansia di farla finita con i falsi dei, ha rivelato nei ‘Sette sentieri per il Nirvana’ alcuni dei misteri delle Sette Luci del Mondo Arupa (senza forma). Un po’ di verità è spesso peggiore di nessuna verità”. (H. P. Blavatsky Collected Writings, vol. 14, p. 388). Continua parlando della “sua nuova dottrina, che rappresentava il corpo morto esteriore dell’Insegnamento Esoterico senza la sua Anima vivificante…”. “

Le sette luci del mondo arūpa sono menzionate nel verso 6 della strofa 5 del “Libro di Dzyan”: “Così si formarono l’Arupa e il Rupa (il mondo senza forma e il mondo delle forme): da una luce sette luci; da ciascuna delle sette, sette volte sette luci”. Nel suo commento a questo, scrive (vol. 1, p. 133): “Al [mondo] più alto, ci viene insegnato, appartengono i sette ordini degli Spiriti puramente divini; ai sei inferiori appartengono gerarchie che possono occasionalmente essere viste e udite dagli uomini, e che comunicano con la loro progenie della Terra; la quale progenie è indissolubilmente legata a loro, ogni principio nell’uomo avendo la sua fonte diretta nella natura di quei grandi Esseri, che ci forniscono i rispettivi elementi invisibili in noi”.

Altrove la Blavatsky fa riferimento alla più alta classe di nirvāṇis, “i Nirvāṇīs “senza resti” – i puri Arūpa, i Respiri senza forma” (Blavatsky Collected Writings, vol. 14, p. 436). Allo stesso modo, nel suo commento al versetto 4 della strofa 5 del “Libro di Dzyan” (vol. 1, p. 120), scrive: “Il ‘Mondo Divino’ – le innumerevoli Luci accese alla Luce primordiale – i Buddha, o Anime divine senza forma, dell’ultimo mondo Arupa (senza forma); …”. Questo ci permette di pensare che le sette vie della beatitudine possano riferirsi alle facoltà delle sette diverse classi o ordini di esseri spirituali con cui ogni persona è collegata attraverso i suoi principi interiori. Ma non lo sappiamo.

La Blavatsky cercò sempre di annotare le strofe del “Libro di Dzyan” con riferimenti a libri noti, per contribuire a dar loro credibilità mostrando echi esoterici degli insegnamenti fino ad allora segreti. Dopo aver glossato “beatitudine” nelle “sette vie della beatitudine” indicando “Moksha o Nirvana” tra parentesi, in una nota a piè di pagina fornisce altre forme della parola Nirvana: “Nippang in Cina; Neibban in Birmania; …”. (vol. 1, p. 38). Il “Neibban in Birmania” ci porta a un libro citato altrove, The Life or Legend of Gaudama: Il Buddha dei birmani, di P. Bigandet. Sappiamo che la scrittrice utilizzò la terza edizione del 1880 in due volumi piuttosto che la prima edizione del 1858 o la seconda edizione del 1866 in un unico volume, perché in un paio di punti cita il libro con il numero di pagina (Blavatsky Collected Writings, vol. 4, p. 7, e vol. 5, p. 249 fn.), e questi numeri di pagina corrispondono alla terza edizione (l’impaginazione rimase invariata per la quarta edizione del 1911-1912).

Questo libro ha una sezione intitolata “Le sette vie di Neibban”, vol. 2, pp. 189-239 (1a ed., pp. 285-316; 2a ed., pp. 431-481). Bigandet era un missionario piuttosto che un orientalista, quindi non si preoccupava di fornire riferimenti alle sue fonti. La parte principale del suo libro è una traduzione di una traduzione birmana fatta nel 1773 di un oscuro libro scritto in Pali sulla vita del Buddha. L’autore della traduzione birmana riporta alla fine il nome del suo libro, trascritto foneticamente da Bigandet come Malla-linkara-wouttoo (vol. 2, p. 151). Da ciò si può dedurre che il titolo è Mālālaṅkāra-vatthu. Ma “Le sette vie di Neibban” è una traduzione abbreviata di un altro libro, aggiunto da Bigandet per completare il racconto della vita del Buddha con un resoconto degli insegnamenti del Buddha. Bigandet ci dice solo che “è stato composto inizialmente in lingua siamese a Bangkok, ed è stato successivamente tradotto in birmano” (vol. 2, p. 191).

In ogni caso, gli insegnamenti de “Le sette vie di Neibban” possono essere rintracciati, poiché le fonti buddiste siamesi e birmane derivano tutte dalle fonti buddiste pali. Il libro pali più famoso e più letto sul buddismo è il Visuddhi-magga, “Il sentiero della purificazione”. Questo libro è in gran parte strutturato intorno a sette purificazioni che sono elencate nel Ratha-vinīta-sutta, “I carri a staffetta”, sutta n. 24 del Majjhima-nikāya. Queste sette purificazioni sono state riassunte da Bhikkhu Ñāṇamoli e Bhikkhu Bodhi in una nota alla loro traduzione completa del Majjhima-nikāya come Discorsi di media lunghezza del Buddha (nota 288, pp. 1213-1214, che si riferisce a p. 242, paragrafo 9):

“In breve, la “purificazione della virtù” (sīlavisuddhi) è l’adesione ininterrotta ai precetti morali che uno ha intrapreso, spiegata dal Vsm [Visuddhi-magga] in riferimento alla formazione morale di un bhikkhu come la “quadruplice purificazione della virtù.” La “purificazione della mente” (cittavisuddhi) è il superamento dei cinque ostacoli attraverso il raggiungimento dell’accesso alla concentrazione e ai jhāna. La “purificazione della vista” (diṭṭhivisuddhi) è la comprensione che definisce la natura dei cinque aggregati che costituiscono un essere vivente. La “purificazione attraverso il superamento del dubbio” (kankhāvitaraṇavisuddhi) è la comprensione della condizionalità. “La purificazione attraverso la conoscenza e la visione di ciò che è il sentiero e di ciò che non lo è (maggāmaggañāṇadassanavisuddhi) è la corretta discriminazione tra il falso sentiero delle esperienze estatiche ed esaltanti e il vero sentiero della comprensione dell’impermanenza, della sofferenza e del non sé. La “purificazione mediante la conoscenza e la visione della via” (paṭipadāñāṇadassanavisuddhi) comprende la serie ascendente di conoscenze di intuizione fino ai sentieri sovramundani. E la “purificazione attraverso la conoscenza e la visione” (ñāṇadassanavisuddhi) è il sentiero sovramondano”.

Queste sette purificazioni possono essere delineate come:

1. sīla-visuddhi, “purificazione della virtù”.

2. citta-visuddhi, “purificazione della mente”.

3. diṭṭhi-visuddhi, “purificazione della vista”.

4. kaṅkhāvitaraṇa-visuddhi, “purificazione attraverso il superamento del dubbio”.

5. maggāmagga-ñāṇa-dassana-visuddhi, “purificazione attraverso la conoscenza e la visione di ciò che è il sentiero e di ciò che non lo è”.

6. paṭipadā-ñāṇa-dassana-visuddhi, “purificazione attraverso la conoscenza e la visione della via”.

7. ñāṇa-dassana-visuddhi, “purificazione attraverso la conoscenza e la visione”.

Le sette parti distinte in cui l’autore de “Le sette vie di Neibban” ha suddiviso il suo libro sono state condensate in sei articoli nella traduzione abbreviata di Bigandet (cfr. p. 191). Questi sei articoli sono intitolati da Bigandet come:

1. Dei precetti

2. Della meditazione e dei suoi vari gradi

3. Della natura degli esseri

4. Della causa della forma e del nome, o del Maestro e dello Spirito

5. Dei veri MEGA o vie della perfezione

6. Del progresso nella scienza perfetta

Le sette purificazioni, quindi, possono essere considerate come le “Sette vie per Neibban” della traduzione abbreviata di Bigandet. Le “Sette vie per il Neibban” si basano direttamente sugli insegnamenti del Visuddhi-magga. I quattro mondi arūpa sono infatti tra i molti argomenti insegnati nel Visuddhi-magga, essendo oggetto del suo breve capitolo dieci, “Gli stati immateriali”, pp. 321-336 della traduzione di Bhikkhu Ñāṇamoli. Così si trovano anche ne “Le sette vie di Neibban”, pp. 208-212. Tuttavia, non si parla di luci, né di sette né di altro. Come ricordiamo, la Blavatsky ha affermato che “Egli ha rivelato nei ‘Sette sentieri verso il Nirvana’ alcuni dei misteri delle Sette Luci del Mondo Arupa (informe)”. Dobbiamo quindi chiederci se l’insegnamento della mera esistenza del quadruplice mondo arūpa sia quello in cui il Buddha avrebbe rivelato più di quanto avrebbe dovuto, suggerendo solo alcuni dei misteri delle sette luci di quel mondo.

Quando la Blavatsky fu incaricata di riportare insegnamenti fino ad allora segreti sotto forma di strofe del “Libro di Dzyan”, le sette luci del mondo arūpa furono apertamente menzionate, così come le sette volte sette luci formate da ciascuna di queste sette. Anche i sette ordini di spiriti puramente divini appartenenti al mondo arūpa erano apertamente menzionati, così come le molte classi o ordini di esseri spirituali appartenenti ai mondi rūpa con cui ogni persona è collegata. Ma le sette vie della beatitudine non sono state delineate. A parte l’accenno al fatto che “si tratta di certe facoltà di cui lo studente saprà di più quando si addentrerà nell’occultismo”, siamo lasciati da soli a determinare quali siano queste sette vie. Nei testi buddisti conosciuti le sette vie verso il nirvāṇa sono elencate come le sette purificazioni. Ma se consideriamo le sette vie alla beatitudine come “facoltà pratiche” o “certe facoltà”, allora le sette purificazioni non sembrano essere le sette vie alla beatitudine a cui si fa riferimento nel versetto del “Libro di Dzyan”.

Altre piste e citazioni

http://www.istitutocintamani.org/libri/ASIA_CENTRALE_CULLA_DELLA_QUINTA_RAZZA.pdf

http://salvatoredetoma.altervista.org/il-libro-di-dzyan-la-storia-proibita-dellumanita/


Fonte : https://theosophy.world/resource/articles/what-are-books-kiu-te-david-reigle

Come sanno la maggior parte dei teosofi, si dice che i libri di Kiu-te siano la fonte da cui sono state tradotte le Stanze di Dzyan contenute ne La Dottrina Segreta. Ci viene detto che, oltre ai libri segreti di Kiu-te da cui sono state tradotte le Stanze di Dzyan, esistono anche libri pubblici di Kiu-te, conservati nelle biblioteche dei monasteri tibetani. Tuttavia, questi libri pubblici di Kiu-te sono rimasti, a tutti gli effetti, segreti fino al 1981, quando sono stati finalmente identificati. Sebbene i libri siano “pubblici”, in quanto si trovano nella raccolta a stampa delle scritture buddiste tibetane, continuano a essere considerati dalla tradizione tibetana come insegnamenti segreti del Buddha e, pertanto, ad accesso limitato. Ancora oggi, solo una minima parte di essi è stata tradotta in inglese.

Il problema dell’identificazione dei libri di Kiu-te era dovuto in gran parte alla trascrizione fonetica del nome “Kiu-te”, che, se reso nella sua traslitterazione non fonetica, sarebbe “rGyud-sde”. Si tratta di una parola tibetana e, come la maggior parte delle parole tibetane, non si scrive come si pronuncia. Poiché all’epoca di H.P. Blavatsky non esisteva un sistema di traslitterazione standard per il tibetano, ella non ebbe altra scelta che adottare la trascrizione fonetica degli autori che citava. Scrivendo dei libri di Kiu-te sotto il titolo “I libri segreti di ‘Lam-Rim’ e Dzyan”, ella citò il monaco Horace della Penna, che aveva viaggiato in Tibet nel 1730.² Il suo resoconto si trova come appendice nelle “Narratives of the Mission of George Bogle to Tibet and of the Journey of Thomas Manning to Lhasa” di Clements R. Markham. Descrive, tra le altre cose, i libri sacri tibetani. Sono chiamati, nella sua ortografia, “K’hagiur”, che nel sistema di traslitterazione attualmente in uso presso la Biblioteca del Congresso sarebbe “bKa’-‘gyur”, e sono divisi in due tipi, i suoi “Dote” e “Khiute”, ora traslitterati “mDo-sde” e “rGyud-sde”.³ Queste sono le due grandi divisioni degli scritti sacri del buddismo tibetano, i sutra e i tantra.

Quanto sopra riassume brevemente l’identificazione dei libri di Kiu-te con i tantra del buddismo tibetano. Ulteriori dettagli si possono trovare nel mio libro intitolato “I libri di Kiu-te o i tantra del buddismo tibetano: un’analisi preliminare”.⁴ Dalla sua pubblicazione nel 1983, sono stati espressi alcuni dubbi su questa identificazione, in gran parte a causa delle ben note opinioni di H.P. Blavatsky secondo cui i tantra sono opere di magia nera. Anche Horace della Penna, nella stessa sezione da cui H.P. Blavatsky ha tratto ispirazione per riferirsi ai libri di Kiu-te, li descrive come “questa legge infame e immonda di Khiute”.⁵ Esistono tuttavia alcuni fatti che, se conosciuti, potrebbero contribuire a chiarire questa difficoltà.

C’è una grande differenza tra i tantra buddisti e i tantra indù, nonostante alcune somiglianze esteriori, e ricordiamo che solo i tantra indù erano noti al mondo esterno all’epoca di H.P. Blavatsky. Queste differenze si riflettono nel fatto che, tra un gran numero di indù, in particolare nella comunità dei bramini vedici, i tantra indù non godono di buona reputazione, mentre tra i buddisti tibetani i tantra buddisti sono universalmente rispettati come i più alti insegnamenti buddisti. Sebbene estranei e scettici possano dubitare che Gautama Buddha abbia effettivamente insegnato i tantra buddisti, come implicitamente credono tutti i buddisti tibetani, è innegabile che il secondo Buddha, Tsong-kha-pa, fondatore dell’ordine Gelugpa o dei cappelli gialli, abbia dedicato ben metà dei suoi scritti al tantra.



Forse la differenza più importante tra i tantra induisti e quelli buddisti risiede nella motivazione che ne guida lo studio e la pratica. Nella tradizione tibetana, lo scopo, chiaramente dichiarato e quotidianamente ribadito, della pratica tantrica buddista è quello di liberare gli esseri viventi dalla sofferenza. Queste pratiche mirano a sviluppare in sé le capacità di un Buddha, da utilizzare per il bene del mondo. Questo è chiamato l’ideale del Bodhisattva, secondo il quale si sacrifica la propria liberazione, conquistata con fatica, per rimanere e aiutare altri esseri sofferenti. Nei tantra induisti, invece, non vi è alcuna preoccupazione di beneficiare altri se non se stessi.

Questo punto non può essere sottolineato abbastanza: il tantra buddista si basa interamente sull’ideale del Bodhisattva. La pratica meditativa formale associata a uno specifico tantra è chiamata sadhana. Dopo la formula del “rifugio”, tutte le sadhana tantriche buddiste iniziano con la generazione della bodhicitta. La bodhicitta è la sincera intenzione di raggiungere rapidamente l’illuminazione per poter aiutare efficacemente gli esseri viventi. Pochi sono sufficientemente altruisti da sostenere queste pratiche disinteressate insegnate nei tantra, e di conseguenza esse sono state tenute segrete per evitare abusi. Ma tutti ne erano a conoscenza, e i tantra buddisti erano venerati in tutto il Tibet come depositari dei metodi più avanzati conosciuti per raggiungere la Bodhisattva, per diventare servitori del mondo.


Questo stesso ideale era chiaramente la motivazione alla base della Società Teosofica, come si può evincere dalle seguenti parole definitive del Maha-Chohan:


“Che noi, devoti seguaci di quello spirito incarnato di assoluto sacrificio di sé, di filantropia, di divina gentilezza, come di tutte le più alte virtù raggiungibili su questa terra di dolore, l’uomo degli uomini, Gautama Buddha, permettiamo mai che la Società Teosofica rappresenti l’incarnazione dell’egoismo, il rifugio di pochi senza alcun pensiero per i molti, è un’idea strana, fratelli miei.


“Tra i pochi scorci che gli europei hanno avuto del Tibet e della sua gerarchia mistica di ‘lama perfetti’, ce n’è uno che è stato correttamente compreso e descritto. ‘Le incarnazioni del Bodhisattva Padma-pani o Avalokiteshvara e di Tsong-kha-pa, quella di Amitabha, rinunciano alla loro morte al raggiungimento della Buddhità, cioè al sommo bene della beatitudine e della felicità personale individuale, affinché possano rinascere ancora e ancora per il bene dell’umanità.’6 In altre parole, affinché possano essere ripetutamente sottoposti alla miseria, alla prigionia nella carne e a tutti i dolori della vita, a condizione che, attraverso un tale sacrificio di sé ripetuto per lunghi e tristi secoli, possano diventare il mezzo per assicurare la salvezza e la beatitudine nell’aldilà a una manciata di uomini scelti tra una sola delle tante razze umane. E siamo noi, gli umili discepoli di questi lama perfetti, che dovremmo permettere al TS di abbandonare Il suo titolo più nobile, quello di Fratellanza dell’Umanità, per diventare una semplice scuola di psicologia? No, no, buoni fratelli, siete già troppo a lungo intrappolati in questo errore.”7 

L’ideale del Bodhisattva è quindi fondamentale per i tantra buddisti, così come per la Teosofia, mentre non si trova nei tantra indù.

Insieme all’ideale del Bodhisattva, c’è un’altra grande differenza tra i tantra buddisti e indù: il nonteismo. Come è noto, il buddismo è una delle poche religioni non teistiche al mondo. In parole semplici, non crede in Dio o negli dei. Pertanto, le numerose “divinità” che popolano la letteratura tantrica buddista hanno per il praticante buddista poco in comune con le divinità apparentemente simili dei tantra indù. L’induismo è attualmente pienamente teistico e i suoi dèi vengono adorati e propiziati per indurli a concedere favori al praticante indù, ecc.8 


Il buddismo condivide con il giainismo, l’altra religione non teistica dell’India, la distinzione di avere la migliore reputazione tra tutte le religioni del mondo in fatto di nonviolenza e nonaggressione, rendendo possibile il diritto umano fondamentale all’esistenza pacifica. Un punto da notare è che l’ideale del Bodhisattva non può funzionare efficacemente in un contesto teistico, perché lì il proprio salvatore è Dio e, di conseguenza, il salvatore umano, o Bodhisattva, rimane senza un ruolo. Come dimostra la storia, questa è una differenza fondamentale con conseguenze pratiche.

Questo nonteismo, ancora una volta, è distintamente anche la posizione teosofica, come si evince dai seguenti estratti dalla lettera 10 del Mahatma:


«Né la nostra filosofia né noi stessi crediamo in un Dio, men che meno in uno il cui pronome necessita di una H maiuscola… La nostra dottrina non conosce compromessi. Afferma o nega, perché non insegna mai altro che ciò che sa essere la verità. Pertanto, neghiamo Dio sia come filosofi che come buddisti. Sappiamo che esistono vite spirituali planetarie e di altro tipo, e sappiamo che nel nostro sistema non esiste un Dio, né personale né impersonale… Il Dio dei teologi è semplicemente un potere immaginario… Il nostro obiettivo principale è liberare l’umanità da questo incubo, insegnare all’uomo la virtù per se stessa e camminare nella vita confidando in se stesso invece di appoggiarsi a una stampella teologica, che per innumerevoli secoli è stata la causa diretta di quasi tutta la miseria umana.⁹ 

Il nonteismo, quindi, è l’unico contesto pratico per l’ideale del Bodhisattva, nonché l’ideale teosofico, e il buddismo lo fornisce per i suoi tantra, mentre l’induismo no.

Questi fatti possono aiutare a collocare la questione dei tantra in una prospettiva migliore per i teosofi. In ogni caso, va sottolineato che l’identificazione dei libri di Kiu-te con i tantra buddisti tibetani non è una mera teoria o ipotesi, ma un fatto verificabile per chiunque si prenda la briga di accertarlo



Dato che i libri di Kiu-te sono i tantra buddisti tibetani, rimane la questione di quale dei molti tantra buddisti sia specificamente la fonte delle Stanze di Dzyan. Questo solleva anche la questione dei libri pubblici e segreti di Kiu-te. Si dice che praticamente tutti i principali tantra buddisti oggi esistenti siano abbreviazioni delle loro controparti originali. Così, si dice che il Tantra Guhyasamaja esistente sia un’abbreviazione del perduto Tantra Mula Guhyasamaja di 25.000 versi; si dice che il Tantra Kalacakra esistente sia un’abbreviazione del perduto Tantra Mula Kalacakra di 12.000 versi; ecc., ecc.10 Quindi il tantra abbreviato esistente rifletterà direttamente l’argomento dell’originale perduto o “segreto” di qualsiasi tantra specifico. Tra i tantra esistenti, quello il cui argomento include la cosmogonia è il Kalacakra Tantra. Le sadhana tantriche hanno due fasi: la fase di generazione e la fase di completamento; e la fase di generazione di qualsiasi sadhana implica la creazione nel pensiero di un mondo simbolico. Solo il Kalacakra Tantra, tuttavia, include una descrizione della cosmogonia, che può essere applicata esternamente, al cosmo, o internamente, nella sadhana. A questo proposito è di reale interesse leggere ciò che la successiva letteratura teosofica disse sul Libro di Dzyan: 



“… si dice che la parte iniziale di esso (costituita dalle prime sei strofe), abbia un’origine del tutto anteriore a questo mondo, e persino che non sia una storia, ma una serie di direzioni, piuttosto una formula per la creazione che una sua descrizione.”11



Il Kalacakra Tantra si distingue dagli altri tantra anche per il suo legame con la terra sacra di Shambhala.<sup>12</sup> La tradizione narra che il re di Shambhala richiese gli insegnamenti del Kalacakra a Gautama Buddha, per poi tornare a Shambhala con essi, dove divennero la religione di stato. È da Shambhala che la versione abbreviata del Kalacakra Tantra giunse in India e in Tibet.



Sulla base di ciò e di altre prove dettagliate nel mio articolo “Nuova luce sul Libro di Dzyan”, sospetto che le Stanze di Dzyan siano state tradotte dal perduto mula Kalacakra Tantra.<sup>13</sup> Questa, quindi, è un’ipotesi, non un fatto accertabile al momento. Ricordando, tuttavia, che i Libri di Kiu-te sono senza dubbio i tantra buddisti, e sapendo che l’unico tantra buddista in cui la cosmogonia gioca un ruolo significativo è il Kalacakra Tantra, si tratta di un’ipotesi molto solida.



Se le Stanze di Dzyan fossero effettivamente tradotte dal perduto mula Kalacakra Tantra, quale sarebbe il significato di questa informazione? Il Kalacakra Tantra giunto fino a noi, come la sua controparte perduta descritta nel commentario Vimalaprabha, contiene cinque sezioni che trattano tre tipi di insegnamento del Kalacakra, chiamati “esterno”, “interno” e “altro”. La prima sezione, che riguarda il Kalacakra “esterno” e l’unica che può essere discussa apertamente secondo la tradizione tibetana, è quella che include la cosmogonia.<sup>14</sup> La cosmogonia, che costituisce gran parte dell’argomento de La Dottrina Segreta, è molto più dettagliata di quella presente nel Kalacakra Tantra giunto fino a noi. Pertanto, non è irragionevole ipotizzare che il resoconto de La Dottrina Segreta possa essere la versione completa del Kalacakra Tantra integrale perduto. Naturalmente, si tratterebbe della prima sezione, lasciando intatte le restanti quattro sezioni che trattano il Kalacakra “interno” e “altro”. Forse parte di quest’ultimo materiale sarebbe stato incluso nei volumi successivi de La Dottrina Segreta, che non furono mai pubblicati. In ogni caso, ora ne abbiamo accesso in forma abbreviata nel Kalacakra Tantra esistente (anche se non ancora in inglese 15). Sebbene manchi di una spiegazione dettagliata, il sistema completo è presente in forma scheletrica, inclusa la sua pratica o sadhana che integra il Kalacakra esteriore, interiore e gli altri. Quindi ciò che abbiamo nel Kalacakra Tantra e nella sadhana esistenti è una formula completa di pratica spirituale proveniente da Shambhala che sarebbe il sistema stesso della Dottrina Segreta. Potrebbe benissimo essere la forma più potente di servizio al mondo conosciuta oggi sulla Terra.16 



Prima di decidere di intraprendere questo studio e questa pratica, sarebbe opportuno tenere a mente alcuni fatti importanti. C’è una buona ragione per cui le pratiche occulte come questa sono “riservate a pochi”. Nessuna sadhana tantrica dovrebbe essere intrapresa senza aver ricevuto l’iniziazione, che conferisce permesso e protezione. Quando una persona riceve un’iniziazione tantrica, si impegna anche a praticare almeno la sua versione abbreviata ogni giorno per il resto della sua vita. Le sadhana sono forme complesse di pratica meditativa, che richiedono visualizzazioni elaborate. Di solito, anni di studio del testo in questione accompagnano la sadhana. Prima di intraprendere una sadhana, i praticanti dovrebbero aver sviluppato un livello di concentrazione che permetta loro di impedire alla mente di divagare dal soggetto della meditazione per tutta la durata del periodo meditativo (il quarto dei nove citta-sthitis [stati fissi di coscienza]). I risultati di questo tipo di pratica non sono solitamente evidenti al praticante, perché si tratta di un lavoro soggettivo. Anche gli obiettivi specifici delle pratiche non sono così chiari come l’attivismo nel movimento pacifista, le preoccupazioni ambientali e altre attività esteriori. Se è difficile mantenere l’impegno verso questi ultimi obiettivi, quanto più lo è per una sadhana tantrica piena di “divinità” strane e straniere, mantra incomprensibili e simbolismi sconosciuti? Tra le varie sadhana tantriche buddiste, la sadhana Kalacakra è la più complessa e difficile, le sue sole pratiche preliminari sono più lunghe di molte sadhana complete. Per questo motivo, è praticata solo da una manciata delle migliaia di lama che quotidianamente eseguono sadhana tantriche a beneficio degli esseri viventi. 



NOTE



1. “I libri segreti di ‘Lam-Rim’ e Dzyan”, in La Dottrina Segreta, ed. 1897, vol. 3, pp. 405 ss.; ed. Adyar, vol. 5, pp. 389 ss.; in Scritti raccolti di H.P. Blavatsky, vol. 14, pp. 422 ss.; in Gli scritti esoterici di Helena Petrovna Blavatsky, pp. 324 ss.



2. Ibid.



3. “Breve resoconto del Regno del Tibet”, di Fra Francesco Orazio della Penna di Billi, 1730, in Narrazioni della missione di George Bogle in Tibet e del viaggio di Thomas Manning a Lhasa, a cura di Clements R. Markham, Londra: Trubner and Co., 1876, seconda edizione, 1879; ristampa Nuova Delhi: Manjushri Publishing House, 1971; pp. 328, 334. Vedi anche sugli scritti sacri del buddismo tibetano, “Insegnamenti tibetani”, in Scritti raccolti di HP Blavatsky, vol. 6, pp. 94 ss.; in Insegnamenti tibetani: Articoli di HP Blavatsky, un opuscolo pubblicato da Theosophy Company, Los Angeles, senza data.



4. Secret Doctrine Reference Series, San Diego: Wizards Book-shelf, 1983.

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