



Rodolfo II ( 1552- 1612), erede del Sacro Romano Impero, nipote di Carlo V era nato a Vienna ed educato in Spagna. Re d’Ungheria dal 1572 e di Boemia dal 1576 aveva spostato la capitale a Praga e fatto della città vitalina un vero “teatro e liceo d’arte ermetica”. D’indole paranoica, carattere taciturno e vendicativo “seppelliva da vivo la propria persona sotto le ombre pesanti dell’astrologia, della magia e dell’alchimia”e nascondeva dietro il maniacale collezionismo una profonda tanatofobia. All’interno della sua reggia era stata approntata la più grande “Schatz und Wunderkammern- cabinet de curiosités” (tesoro -camera delle meraviglie) del tempo. L’arredo rispecchiava le metamorfosi terrene del divino ed esprimeva un sofferto tormento interiore. La ricerca metafisica andava logorando l’animo di questo umorale e solitario sovrano17. La passione per il possesso di vere e presunte rarità, lo aveva spinto a raccogliere e accumulare una sterminata varietà di oggetti curiosi : quadri, animali esotici tra cui un leone e due mandragore (piante reputate straordinarie), libri di magia, fossili, monete e alcuni bezoar (formazioni calcaree o ossee che si formano nel corpo animale) a cui erano attribuiti straordinari poteri. Tra le sue naturalia figurava “un corno di unicorno”, molto probabilmente si trattava di un dente di narvalo che si credeva potesse rendere immortali. Il sovrano, amante degli automatismi e dei congegni meccanici, tra i pezzi della sua raccolta, possedeva numerosi oggetti preziosi. Passava il tempo trafficando tra lavori di intaglio e orologeria, tra coppelle, crogiuoli, olle di vetro, sfere armillari ed alambicchi.
Attorno alla reggia si estendeva il giardino delle meraviglie, abbellito da stupenti acacie, aranciera, pergole, serre con volatili esotici e fiere tra cui un leone africano. La collezione reale vantava la più ricca e magnifica serie di orologi e oggetti automatici, tra cui un automa: uno speciale fantoccio che, vestito da turco, dicevano fosse in grado di giocare a scacchi.
Alla corte di Rodolfo II prosperava una nutrita schiera di personaggi stravaganti che l’imperatore aveva attirato nella speranza di poter rimpinguare con l’oro alchemico le finanze stremate del regno, messe in
crisi dai suoi acquisti di rarità e dalle spese sconsiderate, finalizzate alla ricerca di un miracoloso farmaco che reputava fosse in grado di prolungare la durata della vita. Di questa corte composita, multiculturale era ospite il rabbino Jehuda Löw ben Becadel, uno dei maggiori sapienti del tempo, matematico, fisico ed astronomo, ritenuto il padre dell’androide chiamato Golem e vi aveva trovato asilo Keplero, perseguitato per la sua fede evangelica. Insieme alla folta rappresentanza c’erano artisti e rifugiati d’origine italiana.
Sono celebri le allegorie create appositamente per l’imperatore dal pittore Giuseppe Arcimboldi (1527-1593), meglio conosciuto come artefice di folli ritratti dedicati alle stagioni e agli elementi ma anche valente scenografo, architetto e costruttore di fortificazioni. Presso il cenacolo rodolfino l’artista milanese aveva ricevuto titolo nobiliare e carica di pittore ufficiale dell’impero. Rodolfo II così fortemente attratto dall’occulto e dal mistero aveva radunato tra i suoi cortigiani: scienziati, alchimisti, distillatori, cabalisti, maghi, botanici, astronomi, astrologhi e insieme a questi si erano pure mischiati ciarlatani, sgherri e spadaccini, nonchè alcuni nobili rappresentanti del circondario locale. Operavano nella Torre Bianca del Castello di Harcadny, vivevano nel quartiere di Malá Strana, nel vicolo d’oro. A seconda dell’umore saturnino del sovrano potevano acquisire cariche onorifiche o finire relegati nelle profonde segrete e qualche volta anche sul patibolo.
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