Viaggio nel tempo

Segugi di Tindalos (Hounds of Tindalos) sono terrificanti entità Lovecraftiane, creati da Frank Belknap Long nel 1929, ma resi celebri da H.P. Lovecraft che li cita nel suo racconto “Colui che sussurrava nelle tenebre”, facendoli entrare nei Miti di Cthulhu. Appaiono negli angoli del tempo e dello spazio (gli angoli azzurri, l’ «angolo di 120°») e sono cacciatori extradimensionali che inseguono chiunque attraversi il tempo e lo spazio in modo non lineare, manifestandosi da angoli retti per attaccare con una lingua simile ad una proboscide succhiando l’energia vitale. 

Caratteristiche principali:

  • Origine: Creati da Frank Belknap Long, incorporati nei Miti da August Derleth.
  • Manifestazione: Escono da angoli retti, specialmente quelli temporali, per inseguire le vittime attraverso il tempo e lo spazio.
  • Aspetto: Spesso descritti come quadrupedi con tratti vagamente canini, ma con elementi alieni e terribili.
  • Attacco: Usano una lunga lingua sinuosa per perforare la preda ed estrarne l’energia vitale, lasciando una sostanza bluastra.
  • Apparizioni: Oltre a Lovecraft (“Colui che sussurrava nelle tenebre”), compaiono in vari altri media, come il videogioco Alone in the Dark: The New Nightmare, dove sono nemici che saltano alle spalle delle vittime. 

In breve, i Segugi di Tindalos sono guardiani del tempo e dello spazio che puniscono chi li viola, figure emblematiche dell’orrore cosmico lovecraftiano. 

Qualche anno fa mentre ristrutturavamo la casa, in un periodo di grosse difficoltà a causa dell’imperizia degli artigiani nell’eseguire la tecnica a calce, anche su una parete rotonda. Dovete sapere che si tratta della casa di Luigi Pericle, una capsula che ci ha fatto viaggiare indietro nel tempo per riscrive un pezzetto di storia dell’arte. Se volete capire meglio : https://luigipericle.org/ . In quel periodo grazie alle ricerche su Pericle stavamo viaggiando parecchio indietro nel tempo, beh … una notte mi sveglio in preda al panico da ristrutturazione alle 4 del mattino, e per riaddormentarmi decido di leggere qualcosa. Apro a caso una pagina de “I miti di Chtulu” di Lovecraft. Capito sul racconti che parla dei segugi di Tindalos … nel raccondo si legge di un personaggio che sta apparentemente perdendo la testa, ma spiega il metodo per difendersi dai Segugi di Tindalos. Il metodo consiste nel … dare la calce alle pareti tonde ! La mattina faccio vedere la pagina a mia moglie, e lei mi certifica che non ho sognato … p. 351, cofanetto Mondadori.

Andiamo dunque ad esplorare quello che l’intelligenza artificiale partorisce attorno a questo affascinante argomento :

Nel corso della storia umana, l’idea del viaggio nel tempo non nasce come fantasia tecnologica, ma come intuizione simbolica: un modo per interrogare il rapporto tra memoria, destino e trasformazione. I primi “viaggiatori del tempo” sono gli storici stessi, quando cercano di ricostruire il passato e di proiettarne i significati nel presente. Erodoto, Tucidide o Polibio non viaggiano fisicamente attraverso le epoche, ma operano una traslazione mentale: il passato diventa uno spazio narrativo abitabile, un luogo in cui l’osservatore moderno può entrare per contemplare ciò che è stato e comprenderne l’eco nel presente. La storia, in questa prospettiva, è già una forma di viaggio temporale mediato dal pensiero. L’erudizione rinascimentale amplifica questo gesto: gli umanisti risvegliano l’antichità come se fosse ancora viva, parlano con i morti attraverso i testi, immaginano Roma o Atene come civiltà sospese che possono essere riattualizzate. Già qui, sotto la superficie della filologia, pulsa un desiderio: superare la barriera del tempo non con una macchina, ma con la coscienza.

La mistica religiosa trasforma questo desiderio in esperienza interiore. Nelle tradizioni sciamaniche, il viaggio fuori dal corpo non riguarda solo lo spazio ma anche il tempo: l’antenato e il futuro eroe coesistono in una dimensione fuori dalla cronologia lineare. Nel cristianesimo visionario, come nelle rivelazioni medievali o nelle esperienze apocalittiche, il mistico “vede” la fine dei tempi o il Giudizio come realtà già presente, come se l’anima rompesse la successione degli eventi e accedesse a un piano simultaneo. Nel sufismo, la memoria dell’eterno e il ritorno all’Origine evocano una temporalità circolare in cui il passato primordiale e il futuro escatologico coincidono nel cuore umano. Le religioni comparate mostrano che, in molte culture, il tempo non è soltanto una linea che scorre: per l’induismo, le yuga si succedono come grandi cicli cosmici; per il buddhismo, l’illuminazione dissolve la catena delle nascite e delle morti e apre a un presente assoluto che contiene ogni istante. Qui il viaggio nel tempo non è un’azione, ma una trasformazione dello sguardo. Chi oltrepassa l’illusione della linearità compie, simbolicamente, un salto temporale.

Con la modernità scientifica, questo immaginario trova nuove forme. La scoperta che il tempo può essere misurato, sincronizzato, frammentato in calendari e orologi, lo rende più concreto ma anche più inquietante. L’Illuminismo pensa il progresso come un movimento irreversibile verso il futuro; il Romanticismo, in risposta, sogna di tornare al passato, di recuperare età perdute, di riattivare memorie arcaiche. È in questo clima che la letteratura getta le basi di un vero e proprio mito del viaggiatore temporale. Con H. G. Wells (anche lui è stato a Monte Verità), il desiderio simbolico diventa narrazione meccanica: una macchina che strappa l’uomo dal suo presente e lo trascina in epoche remote o lontane. La fantasia scientifica, invece di negare le antiche intuizioni spirituali, le traduce in linguaggio tecnologico. L’eroe del futuro è il discendente secolarizzato del visionario: non ascende più al cielo o agli archetipi, ma attraversa millenni per esplorare le conseguenze delle scelte umane.

La fantascienza del Novecento moltiplica le varianti di questo archetipo. Il viaggio nel tempo diventa strumento morale e filosofico: permette di interrogare il rimorso, la responsabilità, il paradosso. Le narrazioni sugli universi paralleli e sulle linee temporali divergenti rimettono in questione il libero arbitrio, come se ogni decisione generasse un’esistenza alternativa. La fisica relativistica conferisce a queste storie una nuova autorità: lo spazio-tempo si curva, il presente non è più universale, il futuro sembra, almeno in teoria, parzialmente accessibile. Ma sotto il linguaggio matematico sopravvive il medesimo impulso antico: comprendere se l’essere umano possa davvero ricucire la frattura tra ciò che è stato e ciò che sarà, se esista una soglia oltre la quale la coscienza possa osservare la propria vita dall’esterno, come un flusso continuo.

In questo dialogo tra scienza e immaginazione, la mistica ritorna in forma inattesa. Molti autori descrivono esperienze di “tempo dilatato”, estasi, déjà vu, regressioni della memoria come forme soggettive di viaggio temporale: l’inconscio appare come archivio di epoche interiori, il sogno come teatro in cui il passato dimenticato e il possibile futuro si incontrano. La psicologia del profondo interpreta questi salti come movimenti nella dimensione simbolica del tempo, dove il mito personale e quello collettivo si sovrappongono. L’idea comparativa delle religioni aiuta a leggere queste esperienze come varianti di un medesimo schema antropologico: l’uomo cerca costantemente di trascendere la gabbia del presente, di situarsi in un orizzonte più vasto, dove la propria storia individuale dialoga con la storia del cosmo.

Oggi, nell’era digitale, il viaggio nel tempo assume una nuova forma culturale. Gli archivi virtuali e le simulazioni storiche consentono di “rivivere” epoche passate attraverso ricostruzioni immersive; allo stesso tempo, gli algoritmi predittivi e le narrazioni speculative proiettano scenari futuri con una precisione che confina con la profezia. Se nel passato il medium era il mito, poi il testo, e infine la macchina narrativa, ora è la rete globale a fungere da dispositivo temporale collettivo. La memoria digitale rende il passato istantaneamente presente; l’immaginazione tecnologica anticipa il futuro come se fosse già in atto. Ma, al di là dei mezzi, il nucleo rimane lo stesso: il viaggio nel tempo è una metafora del desiderio umano di continuità e di trasformazione, la tensione a comprendere se il destino possa essere riscritto, se l’identità possa sopravvivere ai suoi stessi confini cronologici.

In questa lunga traiettoria che attraversa storici, mistici, narratori e scienziati, il viaggiatore del tempo appare come una figura-ponte: colui che abita due o più ordini temporali e tenta di metterli in comunicazione. Egli emerge quando una civiltà si interroga sul proprio passato o teme il proprio futuro, quando l’esperienza del presente non basta più a contenere il senso dell’esistenza. Per questo il mito continua a rinnovarsi: perché risponde a una domanda che nessuna disciplina può esaurire da sola. La storia offre le tracce, la mistica le profondità interiori, la scienza le ipotesi formali, la letteratura le immagini vive. Il viaggio nel tempo è il punto di convergenza di queste prospettive: una frontiera simbolica dove il pensiero sperimenta ciò che la vita, nella sua cronologia ordinaria, sembra negare, e dove l’uomo immagina di poter scegliere non solo chi è, ma anche quando essere.

Nel pensiero contemporaneo, il mito del viaggiatore nel tempo assume anche una valenza critica: diventa uno strumento per riflettere sulla fragilità della memoria collettiva e sulla costruzione del presente come scelta culturale. Le società moderne, dominate dalla velocità e dall’obsolescenza, sviluppano una sorta di nostalgia programmata: il passato viene continuamente rielaborato, musealizzato, reinventato. In questo senso il viaggio nel tempo non è più soltanto una fuga verso altrove cronologici, ma un atto di responsabilità verso ciò che è stato. Gli storici mostrano come ogni ricostruzione sia parziale, ogni narrazione selettiva; la coscienza critica del tempo diventa essa stessa un movimento, un ritorno consapevole alle origini per comprendere meglio il presente. Allo stesso modo, nella cultura globale, tradizioni lontane vengono rilette come depositi di conoscenza alternativa: miti, cicli cosmici, genealogie spirituali riemergono come mappe simboliche per un’umanità che teme di aver perso il proprio orientamento.

In molte correnti del pensiero filosofico del Novecento, il tempo non è più uno sfondo neutro ma una dimensione esistenziale. Heidegger, Bergson, Ricoeur, ciascuno a modo suo, mostrano che vivere significa essere gettati in una tensione tra passato e futuro, memoria e progetto. Qui il viaggio nel tempo diventa metafora dell’auto-comprensione: ricordare è tornare indietro per reinterpretare, immaginare è avanzare in un futuro ancora aperto. L’identità non è un blocco immobile ma un racconto in movimento. In parallelo, le neuroscienze indagano i meccanismi della memoria episodica e della simulazione mentale del futuro: il cervello, quando ricorda o quando immagina ciò che accadrà, attiva circuiti simili, come se il pensiero stesso fosse uno strumento naturale di trasporto temporale. L’antica intuizione mistica — che la coscienza può attraversare i tempi — trova così un’eco sorprendente in un linguaggio empirico e sperimentale.

Anche l’arte contemporanea partecipa a questo dialogo. Installazioni, film, romanzi e opere multimediali costruiscono scenari in cui frammenti di epoche differenti convivono nello stesso spazio estetico. Il tempo viene disarticolato e ricomposto, come se l’opera fosse un laboratorio di cronologie possibili. In molte poetiche emerge l’idea che il vero viaggio temporale consista nel rendere simultanei i piani dell’esperienza: il personale e lo storico, il mito e la cronaca, l’arcaico e il futuribile. L’artista diventa, a sua volta, un mediatore tra tempi, un interprete della stratificazione dei vissuti. In questo senso, la creatività assume un carattere quasi rituale: ricorda, anticipa, trasfigura, e così produce una forma simbolica di continuità.

Nel campo delle religioni comparate, il tema del tempo continua a essere una chiave interpretativa privilegiata. Le diverse tradizioni non si limitano a proporre dottrine, ma elaborano veri e propri modelli di temporalità: ciclica, lineare, apocalittica, iniziatica, contemplativa. Mettere in dialogo questi modelli significa esplorare differenti modi di “viaggiare” nel tempo: dal pellegrinaggio rituale che riattualizza un evento fondatore, alla meditazione che sospende il flusso mentale e apre a un “presente profondo”, fino alle narrazioni escatologiche che proiettano la comunità verso un compimento finale. Il viaggiatore del tempo, in questa prospettiva comparativa, non è solo un individuo, ma anche una collettività che si muove tra memoria e promessa, tra origine e fine.

Infine, nella cultura del XXI secolo, la figura del viaggiatore temporale diventa una metafora della condizione globale: viviamo immersi in una pluralità di tempi che si sovrappongono — tempi economici accelerati, tempi biologici lenti, tempi culturali stratificati, tempi interiori imprevedibili. L’individuo contemporaneo è costretto a negoziare continuamente tra questi ritmi discordanti, come se abitasse un crocevia temporale permanente. In questa complessità, il mito del viaggio nel tempo non scompare, ma si fa più intimo: non chiede più soltanto se sia possibile andare nel passato o nel futuro, ma come dare senso all’esperienza del tempo che viviamo, come tessere una narrazione che riconcili le nostre memorie, i nostri desideri e le nostre responsabilità. Forse, in ultima analisi, il viaggiatore del tempo è ogni essere umano che, nel silenzio della propria coscienza, tenta di tenere insieme ciò che scorre e ciò che resta.

Nel dialogo tra scienza e spiritualità, l’idea del viaggio nel tempo si trasforma progressivamente in una domanda etica: non tanto “possiamo viaggiare nel tempo?”, quanto “che cosa significherebbe, per noi, intervenire sulla trama degli eventi?”. La fantascienza più matura insiste su questa prospettiva: ogni ritorno al passato comporta conseguenze impreviste, ogni tentativo di correggere un dolore genera nuove ferite, ogni paradosso rivela la fragilità del desiderio umano di dominio sul destino. In queste narrazioni, il viaggiatore del tempo non è più un eroe trionfante, ma una figura tragica, costretta a confrontarsi con i limiti della responsabilità morale. La linea temporale diventa un organismo vivente, delicato, che reagisce al minimo intervento; il passato non è un archivio passivo, ma un campo di forze ancora attive nel presente. La stessa idea di libero arbitrio viene problematizzata: se tutto è già accaduto in un certo senso, che spazio resta all’azione? Se invece ogni scelta può modificare il corso della storia, quanto pesa il nostro singolo gesto? In questo orizzonte, il viaggio nel tempo appare come lo specchio di un interrogativo più profondo: fino a che punto siamo disposti ad assumere la responsabilità delle nostre possibilità?

Parallelamente, alcune correnti di pensiero spirituale contemporaneo reinterpretano il tema in chiave interiore: il vero viaggio nel tempo consisterebbe nel riconciliare i frammenti psichici dispersi lungo la biografia, nel ricomporre traumi e memorie come se fossero epoche distanti della stessa esistenza. La pratica meditativa, la terapia, l’esplorazione simbolica dell’inconscio funzionano allora come “ritorni” al passato per liberarlo dalle catene della ripetizione. Il futuro, in questa prospettiva, non è una terra inesplorata ma una potenzialità che prende forma a partire da ciò che sappiamo integrare del nostro vissuto. Le tradizioni religiose comparate offrono qui un vocabolario condiviso: redenzione, liberazione, rinascita, trasmutazione. Ognuna, con il proprio linguaggio, suggerisce che il tempo non è soltanto un dato esterno ma una dimensione che l’uomo può abitare in modo più consapevole. Il viaggio nel tempo diventa così un processo di guarigione: attraversare il passato per non esserne più prigionieri, aprirsi al futuro senza esserne schiacciati.

Nel dibattito filosofico e culturale odierno, questa visione si intreccia con le riflessioni sul trauma collettivo, sulla memoria storica e sulle ingiustizie del passato. Musei, monumenti, commemorazioni e pratiche di giustizia transizionale cercano di “ritornare” su eventi dolorosi per rileggerli, riconoscerli, trasformarli in base di un nuovo patto sociale. Anche qui, l’umanità compie una sorta di viaggio temporale simbolico: rientra in un passato difficile non per riviverlo, ma per impedirgli di continuare a operare nel presente sotto forma di rimozione o di violenza latente. L’atto del ricordare diventa un gesto etico e politico. Il tempo cessa di essere un fiume che scorre indifferente; diventa una responsabilità condivisa, una trama che si può ripensare, sebbene non si possa cancellare.

Infine, nel crocevia tra tecnologia, mito e coscienza, emerge una consapevolezza paradossale: forse il viaggio nel tempo è sempre stato meno una questione di movimento fisico e più un esercizio di immaginazione. Ogni narrazione, ogni rito, ogni ricerca interiore costruisce un ponte tra epoche, riunisce ciò che la cronologia separa, permette all’essere umano di sentirsi parte di una storia più ampia di sé. Il viaggiatore del tempo — storico, mistico, scienziato o narratore — incarna questo gesto fondamentale: attraversare le soglie del tempo per interrogare il senso della vita. E, nel farlo, rivela che il tempo, lungi dall’essere una gabbia impenetrabile, è anche lo spazio in cui l’uomo impara a riconoscere la propria libertà, la propria finitudine e la propria capacità di trasformazione.

In definitiva, la figura del viaggiatore nel tempo non appartiene soltanto alla fantasia narrativa o alla speculazione scientifica: è uno specchio profondo dell’esperienza umana del tempo stesso. Dalla ricostruzione storica alla meditazione mistica, dalla teoria fisica alla letteratura, l’attraversamento dei secoli diventa un modo per misurare la distanza — e la continuità — tra ciò che siamo stati e ciò che potremmo diventare. Ogni cultura, in forme diverse, ha immaginato di poter varcare la soglia che separa passato, presente e futuro, perché in quella soglia riconosce il luogo del proprio desiderio di senso. Così il viaggio nel tempo, più che una fuga dalla realtà, appare come un ritorno approfondito ad essa: un tentativo di comprendere che il nostro destino non è soltanto scritto nelle cronologie, ma vive nel modo in cui ricordiamo, interpretiamo e proiettiamo la nostra storia. In questo orizzonte, il viaggiatore temporale non è un eroe solitario che sfida le leggi della fisica, ma una metafora della condizione umana: creatura fragile e visionaria, che attraversa il tempo per dare forma, ogni giorno, al proprio significato.

Un buon esempio di viaggio nel tempo, nella storia della Società Teosofica, lo trovate guardando questo video :

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