Parto in questa chiaccherata con l’IA da un assunto forse errato dovuto ad uno scherzo della mia memoria o forse l’IA non è al corrente o la mia fonte era sbagliata, … magari era giusta e tutto crolla. Credevo di aver letto da qualche parte (e questo è sempre un problema !!!) Che Sinnet avesse fatto parte della SPR e quindi il suo ruolo nel rapporto Hodgon nella mia mente ha preso una piega sospetta … ma andiamo a ri-verificare tutto anche se l’IA a volte si inventa le cose e … alla fine come al solito non ci sono prove documentate e non si può essere certi del tutto di nulla. Cercare certezze è una strada ardua e forse anche inutile da percorrere. Beh ormai l’ho fatto e se volete addentrarvi lo fate come al solito a vostro rischio e pericolo.
Alla fine metto la traduzione automatica di articolo interno alla ST firmato Joy Mills che fa sempre bene allo spirito.
Quanto segue viene dall’IA e va preso con le pinze :
Alfred Percy Sinnett non fu membro della Society for Psychical Research (SPR).
La SPR fu fondata a Londra nel 1882 per indagare in modo sistematico fenomeni come medianità, telepatia e apparizioni, con un approccio dichiaratamente scientifico e critico. Sinnett, invece, fu una figura centrale della Theosophical Society e uno dei principali promotori del pensiero teosofico in Inghilterra, soprattutto attraverso opere come The Occult World (1881) e Esoteric Buddhism (1883).
Esiste però un collegamento storico importante tra Sinnett e la SPR: il cosiddetto “caso delle lettere dei Mahatma”. La SPR incaricò Richard Hodgson di indagare sui fenomeni legati a Helena Petrovna Blavatsky e alla corrispondenza con i presunti Maestri (alcune lettere erano indirizzate proprio a Sinnett). Il rapporto Hodgson del 1885 concluse in modo molto critico verso Blavatsky e, indirettamente, verso l’autenticità di quelle comunicazioni.
Quindi:
Sinnett non era membro della SPR,
ma fu indirettamente coinvolto nelle sue indagini,
poiché la sua attività teosofica divenne oggetto di scrutinio da parte della Società.
Ottima domanda, perché le due società – pur operando nello stesso clima culturale vittoriano – avevano composizioni e finalità molto diverse.
Cominciamo dalla Theosophical Society, fondata nel 1875 a New York.
I fondatori principali furono:
Helena Petrovna Blavatsky
Henry Steel Olcott
William Quan Judge
Tra i membri e collaboratori più noti negli anni successivi:
Alfred Percy Sinnett
Annie Besant
Charles Webster Leadbeater
George Robert Stowe Mead
La Società Teosofica riuniva:
– esoteristi
– occultisti
– riformatori sociali
– orientalisti
– intellettuali interessati a religioni comparate
Il suo obiettivo non era indagare criticamente i fenomeni, ma promuovere una sintesi spirituale e una via iniziatica.
Passiamo ora alla Society for Psychical Research, fondata a Londra nel 1882.
Tra i fondatori e membri più importanti:
Henry Sidgwick
Frederic William Henry Myers
Edmund Gurney
Frank Podmore
William Barrett
Successivamente furono coinvolti anche:
William James
Oliver Lodge
Arthur Balfour
La SPR riuniva:
– filosofi morali
– scienziati
– psicologi
– membri dell’establishment britannico
Il suo scopo era studiare fenomeni come medianità e telepatia con metodo critico, cercando prove e smascherando frodi.
Differenza strutturale fondamentale:
La Società Teosofica partiva dall’assunto che esistesse una sapienza esoterica reale e operativa.
La SPR partiva dall’assunto che i fenomeni dovessero essere verificati e potessero anche risultare illusori.
C’è un dato interessante: nei primi anni alcuni ambienti londinesi si sovrapponevano socialmente. L’élite intellettuale vittoriana frequentava salotti in cui si discuteva di occultismo, scienza e filosofia. Ma istituzionalmente le due società divennero rapidamente antagoniste, soprattutto dopo il rapporto Hodgson del 1885.
Domanda molto precisa. Rispondo in modo documentato e prudente.
Non esiste un elenco ufficiale e completo facilmente accessibile dei membri di entrambe le società per tutti gli anni, quindi non è possibile affermare con assoluta certezza ogni singolo caso. Tuttavia, sulla base delle fonti storiche più citate, i casi di doppia appartenenza furono rari e in genere temporanei, soprattutto nei primi anni 1880, quando i confini tra indagine psichica e occultismo non erano ancora rigidamente separati.
I casi più discussi sono questi.
Il più noto è William Crookes.
Crookes, scienziato di primo piano (scopritore del tallio), fu membro della Society for Psychical Research e studiò medium come Daniel Dunglas Home. Ebbe anche contatti con Helena Petrovna Blavatsky e fu per un periodo associato alla Theosophical Society, anche se il grado formale e la durata dell’adesione sono oggetto di discussione storiografica. È il caso più frequentemente citato di ponte tra i due ambienti.
Un altro nome talvolta menzionato è William Kingsland, teosofo britannico attivo nel primo Novecento, che ebbe relazioni con ambienti di ricerca psichica. Tuttavia l’appartenenza formale simultanea a entrambe le società non è sempre chiaramente documentata.
È importante chiarire che molte figure ebbero contatti intellettuali con entrambe le correnti, ma non furono membri formali di entrambe. Ad esempio:
Frederic William Henry Myers
Henry Sidgwick
furono centrali nella SPR ma non membri della Società Teosofica.
Al contrario:
Alfred Percy Sinnett
Annie Besant
Charles Webster Leadbeater
furono teosofi prominenti ma non membri della SPR.
Il punto storico chiave è questo: nei primissimi anni 1882–1884 vi fu una certa area grigia tra studiosi di fenomeni psichici e occultisti. Dopo il rapporto di Richard Hodgson del 1885, che criticò duramente Blavatsky, la frattura divenne netta e le doppie appartenenze si ridussero drasticamente.
In sintesi:
– casi di doppia appartenenza documentati sono pochi
– William Crookes è il nome più frequentemente citato
– dopo il 1885 i due ambienti si separarono quasi completamente
Dopo la pubblicazione del Rapporto Hodgson (1885), commissionato dalla Society for Psychical Research e redatto da Richard Hodgson, la posizione di Alfred Percy Sinnett fu delicata ma non ambigua: rimase fedele alla Società Teosofica e non ruppe con Blavatsky.
Ricostruiamo con ordine.
Il rapporto Hodgson concludeva che Helena Petrovna Blavatsky fosse responsabile di frodi legate alle cosiddette “Lettere dei Mahatma” — alcune delle quali erano state indirizzate proprio a Sinnett. L’accusa implicava quindi anche un danno reputazionale per lui, che aveva pubblicamente difeso l’autenticità di quelle comunicazioni in opere come The Occult World e Esoteric Buddhism.
Cosa fece Sinnett?
Non aderì alle conclusioni della SPR.
Non si distaccò pubblicamente da Blavatsky.
Non abbandonò la Società Teosofica.
Al contrario, continuò a sostenere la validità sostanziale dell’insegnamento ricevuto. Tuttavia il suo atteggiamento fu più prudente rispetto agli anni iniziali. Non si lanciò in una polemica frontale sistematica contro la SPR, ma mantenne la convinzione che il rapporto fosse viziato da pregiudizi e da un’indagine parziale.
È importante notare che, già prima del rapporto, Sinnett aveva un rapporto complesso con Blavatsky. Non era un discepolo incondizionato; talvolta criticava il suo stile e la gestione organizzativa. Ma sul nucleo dottrinale e sull’autenticità dell’insegnamento esoterico, non fece marcia indietro.
Negli anni successivi:
– continuò a scrivere e sviluppare il sistema teosofico
– mantenne un ruolo influente nella sezione londinese
– rimase figura centrale del teosofismo britannico
Non si verificò quindi una “conversione” alla posizione scettica della SPR.
Va aggiunto un elemento storico importante: nel 1986 (molto dopo la morte di tutti i protagonisti), un riesame interno della SPR a cura di Vernon Harrison criticò il metodo e alcune conclusioni del rapporto Hodgson, sostenendo che l’indagine non fosse stata rigorosa come presentato. Questo non equivale a una riabilitazione completa, ma mostra che la questione rimase controversa anche nel lungo periodo.
In sintesi:
Dopo il rapporto Hodgson, Sinnett non si dissociò dalla Teosofia né ritrattò pubblicamente la sua posizione. Scelse di restare all’interno del movimento e di difenderne l’impianto dottrinale, pur con maggiore cautela rispetto all’entusiasmo iniziale.
Domanda importante, perché qui la storia è più sfumata di quanto spesso venga raccontato.
Henry Steel Olcott non ruppe formalmente con Helena Petrovna Blavatsky dopo il Rapporto Hodgson del 1885, ma si distanziò in modo significativo sul piano organizzativo e gestionale.
Ricostruiamo con precisione.
Nel 1884 esplose l’“affare Coulomb” ad Adyar, che precedette l’indagine della Society for Psychical Research. I coniugi Coulomb accusarono Blavatsky di aver inscenato fenomeni occulti fraudolenti. Olcott, allora presidente della Società Teosofica, si trovò in una posizione difficilissima.
Quando nel 1885 uscì il Rapporto di Richard Hodgson, che accusava HPB di frode sistematica, Olcott non difese pubblicamente Blavatsky con la stessa veemenza di altri teosofi europei. Anzi:
– prese atto della crisi reputazionale
– cercò di salvaguardare l’istituzione più che la persona
– ridimensionò il ruolo operativo di HPB nella gestione centrale
Blavatsky, già malata e sotto pressione, lasciò l’India e si stabilì in Europa nel 1885–1886. Di fatto, il centro del movimento si sdoppiò: Olcott restò ad Adyar con la struttura ufficiale; Blavatsky costruì attorno a sé un nucleo esoterico europeo (la Esoteric Section nel 1888).
Importante però:
Olcott non espulse Blavatsky.
Non dichiarò ufficialmente che fosse una truffatrice.
Non ruppe con lei sul piano dottrinale.
La loro relazione divenne tesa e distante, ma continuarono a riconoscersi formalmente come co-fondatori. Olcott era più istituzionale, amministrativo, attento alla reputazione pubblica. Blavatsky era carismatica, polemica, radicale. Dopo il 1885 la differenza di temperamento diventò evidente.
In sintesi storicamente corretto:
Olcott prese le distanze sul piano pratico e gestionale.
Non prese formalmente le distanze sul piano ideologico.
La rottura non fu totale, ma la fiducia personale fu incrinata.
Dopo la morte di Blavatsky nel 1891, Olcott continuò a guidare la Società fino al 1907, e sotto la presidenza successiva di Annie Besant il movimento prese ulteriori direzioni.
La risposta più onesta, sulla base delle fonti storiche disponibili, è: sì, Olcott continuò a dichiarare di credere nell’esistenza reale dei Mahatma, anche dopo il rapporto Hodgson del 1885 — ma la sua posizione divenne più prudente e meno spettacolare.
Parliamo di Henry Steel Olcott, cofondatore della Theosophical Society insieme a Helena Petrovna Blavatsky.
Prima del 1885, Olcott era apertamente convinto della realtà dei Mahatma (in particolare Morya e Koot Hoomi). Nei suoi scritti autobiografici, come Old Diary Leaves, racconta incontri, fenomeni e comunicazioni che considerava autentici. Non parla in termini simbolici: parla di individui reali, fisicamente esistenti.
Dopo il rapporto di Richard Hodgson della Society for Psychical Research, Olcott non fece una dichiarazione pubblica di ritrattazione. Non affermò mai che i Mahatma fossero invenzioni di Blavatsky. Nei suoi scritti successivi continuò a riferirsi a loro come a entità reali.
Tuttavia, si notano alcuni cambiamenti nel tono:
– Meno enfasi sui fenomeni fisici spettacolari
– Maggiore attenzione alla dimensione etica e organizzativa
– Maggiore cautela nelle affermazioni pubbliche
Olcott era più pragmatico di Blavatsky. Il suo interesse principale, dopo la crisi, divenne la sopravvivenza e l’espansione dell’istituzione. Era anche profondamente impegnato nel riformismo buddhista in Sri Lanka, dove il discorso sui Mahatma era meno centrale.
Non abbiamo prove documentarie che Olcott abbia mai scritto privatamente di aver perso fede nei Mahatma. Non esistono lettere note in cui dichiari di aver cambiato idea. Tutto ciò che possediamo indica che continuò a credervi, ma con un atteggiamento più sobrio e meno polemico.
Dal punto di vista psicologico e storico, molti studiosi moderni interpretano la sua posizione in due modi possibili:
– Credeva sinceramente fino alla fine
– Oppure, anche se avesse avuto dubbi, ritenne che mettere in discussione pubblicamente i Mahatma avrebbe distrutto il movimento
Non esiste però documentazione che dimostri un suo scetticismo esplicito.
In sintesi, sulla base delle fonti:
Olcott non ritrattò.
Continuò a dichiarare la propria fede nei Mahatma.
Ridusse però l’enfasi fenomenica dopo il 1885.
Domanda legittima. Risposta rigorosa.
Parliamo dei cosiddetti “Mahatma” o “Maestri” descritti da Helena Petrovna Blavatsky, in particolare figure come Morya e Koot Hoomi.
Dal punto di vista storico-documentario:
Non esiste alcuna prova verificabile, indipendente e contemporanea che dimostri l’esistenza fisica di tali individui come descritti da HPB.
Le fonti disponibili sono:
– lettere attribuite ai Mahatma (le “Mahatma Letters”)
– testimonianze di membri della Theosophical Society
– racconti autobiografici (come quelli di Henry Steel Olcott)
Queste sono fonti interne al movimento.
Dal lato critico:
Nel 1885 la Society for Psychical Research pubblicò il rapporto di Richard Hodgson che concluse che le lettere fossero probabilmente scritte da Blavatsky o comunque non prodotte da “Maestri” indipendenti.
Nel 1986 lo studioso Vernon Harrison (anch’egli membro della SPR) criticò il metodo di Hodgson, sostenendo che il rapporto non fosse scientificamente rigoroso. Questo però non equivale a dimostrare l’esistenza dei Mahatma; significa solo che l’accusa di frode non fu dimostrata in modo impeccabile.
Ad oggi:
Non esistono documenti governativi, registri storici, corrispondenze esterne o testimonianze indipendenti che confermino l’esistenza storica dei Maestri come individui fisici operanti dall’Himalaya.
Dal punto di vista accademico mainstream:
I Mahatma sono considerati figure carismatiche costruite all’interno del contesto teosofico ottocentesco, probabilmente influenzate da tradizioni buddhiste, induiste e dall’occultismo occidentale.
Dal punto di vista teosofico tradizionale:
I Maestri esistono realmente come Adepti o Iniziati, anche se non necessariamente accessibili o dimostrabili con criteri ordinari.
La questione quindi dipende dal quadro epistemologico:
Se chiedi: esistono prove storiche verificabili?
Risposta: no.
Se chiedi: è possibile che siano esistiti iniziati sconosciuti alla storiografia ufficiale?
Risposta: teoricamente sì, ma non dimostrabile.
Se chiedi: esistono oggi dati oggettivi che confermino l’esistenza dei Mahatma come descritti da HPB?
Risposta: no.
In sintesi rigoroso:
Non esiste evidenza empirica indipendente che confermi l’esistenza dei Mahatma di Blavatsky come persone fisiche documentabili.
Il ragionamento è intuitivo, ma non è logicamente conclusivo.
Dire “se fossero esistiti sarebbero stati famosi” presuppone che:
- fossero personaggi pubblici
- avessero lasciato tracce documentarie
- avessero operato in modo visibile nella società
Ma secondo la narrazione teosofica, i Mahatma descritti da Helena Petrovna Blavatsky non erano riformatori pubblici o leader religiosi ufficiali, bensì iniziati riservati che operavano in modo nascosto.
Quindi l’assenza di fama non prova automaticamente l’inesistenza.
Detto questo, c’è un punto più forte.
Se i Mahatma fossero stati individui fisici reali, operanti nel XIX secolo, con scambi epistolari con europei documentati (come le lettere a Alfred Percy Sinnett), allora ci si aspetterebbe almeno qualche traccia indipendente: testimonianze locali, registri, riferimenti esterni, tracce amministrative o culturali nell’India britannica.
Ad oggi, non esiste alcuna documentazione storica indipendente che identifichi Morya o Koot Hoomi come persone storicamente verificabili.
Quindi la questione non è la “fama”, ma la verificabilità.
Possibilità logiche:
– Potrebbero essere stati individui reali sconosciuti alla storia ufficiale? Teoricamente sì.
– Esistono prove indipendenti della loro esistenza? No.
– È plausibile che figure con quel tipo di interazione internazionale non abbiano lasciato alcuna traccia esterna? Storicamente, è poco probabile ma non impossibile.
C’è poi una terza interpretazione, più simbolica: i “Maestri” potrebbero rappresentare una funzione iniziatica, un principio di trasmissione, più che individui biografici ordinari.
Dal punto di vista storico-critico rigoroso:
non abbiamo evidenze sufficienti per affermarne l’esistenza come persone documentabili.
Dal punto di vista iniziatico:
la questione della “fama” è irrilevante, perché la trasmissione sarebbe per definizione riservata.
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I Maestri rivelati: Madame Blavatsky e il mito della Grande Loggia Bianca
I Maestri rivelati: Madame Blavatsky e il mito della Grande Loggia Bianca
di K. Paul Johnson
State University of New York Press, Albany, 1994; articolo, xxii+288 pagine.
Fortunatamente, la parola “mito” ha assunto un duplice significato, uno dei quali ha restituito al concetto il suo giusto posto tra le idee filosofiche, mentre l’altro lo confina nella tradizione popolare delle “storie fantastiche” o delle fantasie più fantasiose. Come ha affermato James Cowan, un interprete contemporaneo delle leggende aborigene australiane, “il mito è il linguaggio metafisico supremo”. Oppure, come afferma Jocelyn Godwin nella sua eccellente prefazione al libro in esame, il mito “incarna conoscenze perdute e verità più elevate delle semplici storie”.
Queste affermazioni ci aiutano a identificare il significato di “mito” nel senso in cui K. Paul Johnson usa il termine nel sottotitolo del suo ultimo lavoro per identificare i maestri di H.P. Blavatsky; i corrispondenti di A.P. Sinnett, A.O. Hume e diversi altri primi teosofi; così come quegli individui spiritualmente evoluti che nella letteratura teosofica vengono definiti mahatma, adepti o maestri. Riconosciamo fin da subito che Johnson è un ricercatore instancabile e attento, che ha aperto, per citare ancora Godwin, “una dimensione completamente nuova… alla storia dell’esoterismo occidentale nel suo momento più complesso”: e che ha presentato al lettore disposto a mettere da parte pregiudizi e pregiudizi personali sulla questione centrale dei “maestri” di Blavatsky un argomento ragionato e ben documentato per l’identificazione delle loro personalità.
Detto questo, tuttavia, è necessario esaminare l’opera più da vicino per comprendere sia l’obiettivo di Johnson sia i criteri da lui utilizzati per raggiungerlo. Non ha cercato di negare il fatto che esistano uomini e donne spiritualmente saggi, individui che possono essere definiti maestri o mahatma. Come afferma Johnson nella sua introduzione: “Definire mito la visione occultista dei Maestri non significa negarne il valore o la validità”. Piuttosto, egli sostiene che “i Maestri erano persone reali la cui rappresentazione è stata gonfiata dal mito”.
Johnson afferma inequivocabilmente di aver definito il termine “maestro” sulla base di “fattori oggettivi e misurabili” e che “poiché il loro ‘status spirituale’ e i loro poteri psichici sono inaccessibili alla ricerca storica, questi presunti criteri … sono trattati con agnosticismo”. Giusto, dal momento che gli individui di cui presenta le biografie erano “autorità in una o più tradizioni spirituali”. La domanda rimane: essere una tale autorità costituisce un “maestro”? Forse è questa domanda che tormenta il lettore per tutta quest’opera.
Il libro stesso, dopo la prefazione di Godwin e un’utilissima introduzione di Johnson, è diviso in tre parti, ciascuna composta da una serie di brevi capitoli. La prima parte, intitolata “Adepti”, consiste in profili biografici di circa diciotto individui, per la maggior parte occidentali di nascita, che in un modo o nell’altro hanno influenzato la vita di HPB. Non è chiaro perché il termine “adepto” venga usato per un gruppo di individui così eterogeneo. Ma eccoli qui, uno strano gruppo che inizia con il principe Pavel Dolgorukii, bisnonno materno di HPB, la cui biblioteca, “contenente centinaia di libri di alchimia, magia e altre scienze occulte”, secondo Johnson, “ha avuto la più importante influenza sulla concezione dei Maestri da parte di HPB”. (ho fatto un po’ di ricerche e nemmeno lui è del tutto certo … ah le cose sono davvero complicate !). Seguite il link se ve la sentite : https://viaggiatoredelweb.org/2026/02/16/pavel-dolgorukii/
Altri nella lista di Johnson sono Albert Rawson, Paolos Metamon, Agardi Metrovitch, Giuseppe Mazzini, Sayyid Jamal ad-Din, Lydia Pashkov, Ooton Liatto, Sir Richard Burton, il Dr. James Peebles (che avrebbe discutibilmente diritto allo “status di Mahatmico” che Johnson gli attribuisce), Charles Sotheran (tra i fondatori originali della Società Teosofica) e Mikhail Katkov (“la figura dominante del giornalismo russo quando pubblicò Grotte e giungle dell’Indostan di HPB sul Moscow Chronicle”).
Rawson fu davvero l’ispiratrice della “confessione” di HPB, in cui scrisse: “Amavo profondamente un uomo, ma amavo ancora di più la scienza occulta”? Paolos Metamon fu il “primo maestro occulto in Egitto” di HPB, rendendolo quindi “il più probabile originale del Maestro Serapide”? Metrovitch, il cui rapporto con HPB “è uno dei grandi misteri irrisolti della storia teosofica”, fu il “primo maestro iniziato” di H. S. Olcott? In che misura le idee di Mazzini contribuirono alla “visione” di HPB della missione del movimento teosofico”? Liatto era davvero l'”inafferrabile” maestro che HPB chiamava “Hilarion”? Politica, Massoneria, società segrete, Sufismo: tutti figurano in modo prominente come elementi interconnessi nelle vite di questi “adepti”.
La seconda parte del libro è dedicata alle biografie di altre quattordici persone le cui vite toccarono quella di Blavatsky. Johnson chiama questa sezione “Mahatma”, sebbene senza spiegare cosa li differenzi dagli “adepti” della sezione precedente. Questo gruppo, a partire dalla strana storia di Swami Dayananda Sarasvati e del suo Arya Sarna, con cui la neonata Società Teosofica fu brevemente associata, è composto da indiani, da un sommo sacerdote cingalese del Buddhismo e da lama buddhisti tibetani.
Forse i più rilevanti per gli studenti di teosofia sono i profili biografici di Ranbir Singh, Maharaja del Kashmir, che Johnson propone come il candidato più probabile per il ruolo di “Maestro Morya”; Sirdar Thakar Singh Sandhanwalla, fondatore del Singh Sabha e scelto da Johnson per il ruolo di “Maestro Koot Hoomi”; Baba Khem Singh Bedi, il guru sikh ereditario che si qualifica come “Il Chohan”; e Sirdar Dayal Singh Majithia, un filantropo sikh punjabi che appare come “Maestro Dju al Kul”. Con l’aggiunta di questi individui all’elenco degli “adepti” di Johnson, la storia si complica ulteriormente, culminando nella terza parte, intitolata “Messaggi segreti”.
L’ultimo capitolo di Johnson (”’La prigionia occulta”) fa giustamente riferimento alla “natura frammentaria e labirintica delle prove”. È chiaramente uno storico appassionato, che non intende né negare la validità del concetto di mahatma né mettere in dubbio la motivazione spirituale e le capacità occulte di HP Blavatsky. Il suo sforzo è stato quello di dimostrare ciò che i maestri stessi affermavano ripetutamente nelle loro lettere: sono “uomini, non dei”. Sono “adepti solo quando agiscono come tali”, come scrissero ad AP Sinnett.
Quanto ad HPB, che portò l’idea dei mahatma nel mondo occidentale, Johnson è generoso negli elogi: “Non c’è motivo di dubitare”, scrive nel capitolo finale, “che dall’inizio alla fine lei abbia visto la ST principalmente come un agente di valori spirituali e si sia alleata con qualsiasi forza politica e sociale le sembrasse utile a tale scopo in quel momento”.
Alcuni teosofi potrebbero non essere soddisfatti della conclusione di Johnson secondo cui “gli adepti protettori di HPB erano una successione di mentori umani piuttosto che una gerarchia cosmica di superuomini”. Ma gli studiosi sinceri non possono fare a meno di concordare con lui e con la sua ulteriore affermazione: “In un certo senso, questi protettori nascosti erano davvero i suoi maestri. Ma in un altro senso, lei potrebbe essere stata più grande di ognuno di loro. Sebbene la sua rappresentazione dei maestri fosse spesso storicamente inaccurata, i tesori spirituali che raccolse e trasmise le danno diritto al riconoscimento come una Grande Anima a pieno titolo”.
Alla fine, restano molti interrogativi. Tutta questa eterogenea schiera di persone provenienti da Oriente e Occidente ha davvero influenzato il pensiero di HPB e in particolare il suo concetto di adeptato o mahatma? In un contesto completamente diverso, James Santucci, nel numero di ottobre 1994 della rivista Theosophical History, cita lo storico bahá’í Robert Stockman sulla questione delle influenze storiche su un individuo o un movimento. Stockman, rispondendo a un’altra ricerca storica di Johnson, afferma: “Dimostrare l’esistenza dell’influenza di una persona o di un movimento su un altro è un compito accademico complicato, a meno che la parte influenzata non lo riconosca. Non è sufficiente dimostrare semplicemente che una persona ha incontrato qualcun altro o ha incontrato un altro movimento per dimostrare un’influenza”. Come sottolinea giustamente Santucci, l’affermazione di Stockman “colpisce il cuore della metodologia storica”, aggiungendo inoltre: “Questa affermazione cautelativa è particolarmente vera negli studi teosofici ed esoterici”.
E c’è un’ulteriore domanda: è questo tutto ciò che significa essere un adeptato o un mahatma? Per quanto scettici o agnostici si possa essere, è possibile stabilire criteri puramente “oggettivi” per giudicare la saggezza spirituale, la conoscenza occulta e l’autorità esoterica? Quale peso si dovrebbe dare alla definizione di mahatma data da HPB (Scritti raccolti 6: 239-41, “Mahatma e Chela”): “Un Mahatma è un personaggio che, attraverso una formazione e un’educazione speciali, ha sviluppato quelle facoltà superiori e ha raggiunto quella conoscenza spirituale che l’umanità comune acquisirà dopo aver attraversato innumerevoli serie di reincarnazioni durante il processo di evoluzione cosmica… Il vero Mahatma non è quindi il suo corpo fisico, ma quel Manas superiore che è inseparabilmente legato all’Auna e al suo veicolo (il sesto principio)”. Questo stato di coscienza è un “fattore misurabile”?
Dunque, Johnson ha davvero “svelato” i maestri? Molti si aggrapperanno al “mito” di esseri onniscienti e simili a divini, ma i “maestri” di HPB non hanno mai affermato di appartenere a quel genere, né lei lo ha mai realmente rivendicato per loro. Altri si rallegreranno che Johnson abbia “smascherato” i maestri, rivelandoli per ciò che loro stessi, nella loro corrispondenza con A.P. Sinnett e altri, avevano definito: uomini mortali con accesso e familiarità con la conoscenza occulta. E una “fratellanza” di tali individui? Perché no, quando tutti riconosciamo la nostra affinità con persone con idee, interessi e obiettivi simili, per quanto geograficamente distanti possiamo essere in tutto il mondo?
Quindi, sebbene questo recensore applauda il lavoro di Johnson, che ha svolto bene i suoi compiti, restano ancora molte domande senza risposta. Se ci ha offerto una “sfilata di eroi ed eccentrici che volevano cambiare il mondo”, non tutti dei quali possono essere definiti “maestri”, almeno, come afferma Godwin nella sua prefazione, ci ha presentato “il più delizioso dei misteri: un giallo esoterico”. E non potremmo essere più d’accordo con l’ammonimento di Godwin: “Tutti i teosofi… dovrebbero trovare il coraggio di leggere questo libro”. Perché, che lo si legga come un giallo o come un fatto, si tratta di una straordinaria opera di ricerca in un campo di studi finora inesplorato.
– JOY MILLS
I Maestri rivelati: Madame Blavatsky e il mito della Grande Loggia Bianca
I Maestri rivelati: Madame Blavatsky e il mito della Grande Loggia BiancaK. Paul Johnson
Prefazione di Joscelyn Godwin
La tradizione esoterica occidentale non ha una figura più importante, in epoca moderna, di Helena Petrovna Blavatsky (1831–1891). Lei e la sua Società Teosofica si trovano nel momento storico cruciale in cui sembrava possibile unire scienza e occultismo, Occidente e Oriente, in una “saggezza divina” ( teosofia ) per l’era moderna. In Iside Svelata , La Dottrina Segreta e, soprattutto, nei quattordici volumi dei suoi Scritti , Blavatsky emerge come certamente la donna più colta, se non sempre la più saggia, del suo secolo. Chi può competere? Consideriamo, in primo luogo, le sue lingue: il russo dalla sua famiglia, il georgiano dai contadini, il francese e l’inglese dalle sue governanti, l’arabo dai suoi compagni di viaggio, l’italiano dai suoi commilitoni, e poi il sanscrito, la cui fluidità fu elogiata da un uomo (Dayananda Sarasvati) che teneva lezioni in quella lingua ogni giorno. Poi, i suoi viaggi: per citare solo i luoghi in cui si è stabilita per un certo periodo, ci sono Russia, Mongolia, India, Ceylon, Turchia, Grecia, Egitto, Siria, Americhe, Italia, Francia, Germania, Belgio, Inghilterra e, chissà, forse persino il Tibet. Poi c’è la sua straordinaria capacità di attingere le informazioni di cui aveva bisogno per scrivere, sia da libri e riviste, sia dalle persone, sia dalle fonti meno tangibili con cui il fenomeno del “channeling” ci ha fatto riavvicinare. Aggiungete a questo un corpo afflitto da malattie fisiche e sovrappeso, un temperamento temibile, un innegabile dono psichico o medianico e una tendenza ad assumere personalità multiple, e avrete il profilo di HPB per come è comunemente conosciuta.
Il libro di Paul Johnson aggiunge una dimensione completamente nuova a questo quadro e, di conseguenza, alla storia dell’esoterismo occidentale nel suo momento più complesso. Il suo punto di partenza è il “mito dei Maestri”. Esistono due visioni molto diverse al riguardo, così come esistono due significati della parola mito . Una sostiene che, proprio come la mitologia incarna conoscenze perdute e verità superiori alle semplici storie, i Maestri con cui HPB affermava di essere in contatto erano esseri di ineffabile sviluppo spirituale e saggezza. Allo stesso tempo, erano uomini mortali che lei affermava di aver conosciuto personalmente. I principali Maestri in questione erano Koot Hoomi e Morya, presumibilmente residenti a Shigatse, in Tibet, che HPB persuase a scrivere diverse lettere negli anni ’80 del XIX secolo agli influenti anglo-indiani A.P. Sinnett e A.O. Hume. Queste lettere apparivano in vari modi misteriosi, cadendo dal soffitto o materializzandosi nei vagoni ferroviari, e si diceva che non fossero scritte, ma “precipitate” con mezzi psichici. La loro bizzarra varietà di inchiostri e calligrafie può essere esaminata dai curiosi nella British Library. Agli albori della Società Teosofica, un Maestro di nome Serapis scriveva in modo simile al co-fondatore di Blavatsky, il colonnello Henry Olcott. Altri Maestri, meno comunicativi, includevano Tuitit Bey, Hilarion, Djual Kul e il Mahachohan. Tutti appartenevano a una fratellanza internazionale di adepti spesso chiamata la Grande Loggia Bianca. Questi augusti esseri, così si credeva ai teosofi, vegliavano sull’esperimento di cui lo Spiritualismo era stato il preludio, un tentativo di rompere il guscio del materialismo occidentale.
Ora, per altri, un mito è solo una favola, e il mito dei Maestri è una delle più favole mai raccontate. Questa fu la conclusione del ricercatore psichico Dr. Richard Hodgson, dopo un’indagine esaustiva sui “fenomeni” che si diceva accadessero intorno alla sede centrale della Società Teosofica ad Adyar, Madras. Nel suo rapporto alla Society for Psychical Research, pubblicato nel 1886, sgonfiò la bolla teosofica con sua soddisfazione e con quella di molti altri, sia all’esterno che all’interno della società. Madame Blavatsky, proclamò, era un’ingegnosa impostrice, i suoi Maestri una finzione e le loro lettere scritte di suo pugno. Molte persone che in precedenza erano state interessate e persino turbate dalla Teosofia presero questo rapporto come spunto per abbandonare l’argomento, ritirandosi nelle abitudini convenzionali di pensiero (cristiane, materialiste o spiritualiste) o quantomeno chiudendo la porta alle presunte meraviglie dell’Oriente.
Le abitudini di pensiero convenzionali prevalsero sempre più tra i fedeli teosofi, mentre vivevano i traumi degli anni ’80 dell’Ottocento, la morte di HPB nel 1891 e la lotta per la leadership della società. In questo caso, la convenzionalità era quella dei credenti religiosi, che aderivano con fede infantile a qualsiasi linea politica adottata dalla loro setta. Una setta, avvantaggiata dai numeri e dall’imprimatur di Adyar, subì l’influenza di Annie Besant e Charles W. Leadbeater. La fede, in questo caso, risiedeva nelle “rivelazioni” prodotte dal sensibile Leadbeater e nell’incarnazione che i leader della società stavano preparando, Jiddu Krishnamurti. Leadbeater costruì il suo mito sui Maestri di HPB, spiegò le loro precedenti incarnazioni, descrisse il loro stile di vita e sembrò in assoluto intimità con loro. D’altra parte, il movimento “Ritorno a Blavatsky” ripudiò i leader di Adyar e si dedicò allo studio delle opere di HPB e di quelle del suo successore americano, William Q. Judge. Con questa setta, in particolare, HPB non poteva sbagliare; naturalmente aveva dovuto ricorrere a qualche sotterfugio con i suoi seguaci, come si fa quando si educano figli che non possono essere messi troppo presto a confronto con i fatti della vita. Ma la sua nobiltà d’animo, la sua moralità e soprattutto la sua castità per tutta la vita erano inattaccabili, come si addiceva a un’emissaria della Grande Loggia Bianca.
Fino a poco tempo fa, la scrittura della storia teosofica era monopolizzata da seguaci e oppositori di questi gruppi. Ogni biografo di HPB ha avuto come obiettivo quello di smascherarla come un’impostora, per quanto affascinanti fossero le sue conquiste, o di esaltarla, per quanto evidenti fossero le sue debolezze umane. Come potrebbe essere altrimenti? Gli autori o erano teosofi o non lo erano. Ma una simile etichettatura ha mancato quella via di mezzo, dove la verità va cercata senza timore di ciò che potrebbe rivelarsi. Se HPB assumesse droghe, praticasse la magia nera o avesse avuto un figlio illegittimo (e ci sono prove per tutte queste cose), i teosofi ne sono inorriditi; lo nascondono immediatamente o lo negano. Se d’altra parte avesse poteri medianici ineguagliabili e se conoscesse la filosofia occulta più di chiunque altro al mondo, allora gli scettici devono ridere di queste conquiste, perché secondo la loro fede, tali cose non esistono (o, se esistono, non contano).
Il lavoro del signor Johnson si colloca in una posizione intermedia. È ovvio che nutra grande rispetto e ammirazione per HPB, ma non si fa illusioni sui lati maliziosi e persino oscuri della sua personalità. Rispetta la convenzione senza la quale la ricerca sarebbe impossibile, ovvero quella di non imporre le proprie convinzioni religiose sulla materia da studiare. Ma evidentemente crede che HPB e i suoi Maestri abbiano realizzato qualcosa di enorme importanza per il genere umano. Condivido i suoi atteggiamenti, ed è per questo che seguo la sua ricerca da diversi anni con appassionato interesse.
Il signor Johnson fa uscire la storia teosofica dai due vicoli ciechi dell’agiografia e della biografia aneddotica, e la ricolloca al suo posto, come parte della storia culturale, politica, religiosa e intellettuale dei tempi moderni. Da un lato, la sua opera si inserisce nel più ampio movimento che cerca di integrare la storia delle scienze occulte e dei movimenti esoterici con quelle sottodiscipline più consolidate. Tra i più eminenti contributori a questo sforzo figurano Frances A. Yates in Inghilterra, Allen G. Debus in America e Antoine Faivre in Francia. Ma la Società Teosofica ha incontrato difficoltà con gli “esoteristi accademici”. Un motivo è sicuramente che il suo fondatore appare loro così rozzo; un altro, che le sue dottrine sono troppo orientali per adattarsi alle tradizioni occidentali del Rosacrocianesimo, dell’Ermetismo e della Teosofia monoteistica. Una terza ragione è che è troppo moderno, privo di quella patina del tempo che rende Ramon Lull o Paracelso rispettabili soggetti di studio, e troppo vicino all’occultismo popolare e alla “New Age” odierna. L’opera di Johnson dimostra, al contrario, che la serietà e la complessità della creazione di HPB le conferiscono il diritto alla massima considerazione da parte degli storici intellettuali.
Il tema di questo libro è che i Maestri di HPB non erano i saggi himalayani da lei inventati per distrarre i suoi colleghi, ma un folto gruppo di uomini e alcune donne che l’aiutarono, la incoraggiarono o collaborarono con lei, in un’opera che non fu solo spirituale, ma anche socialmente idealistica e ferocemente politica. Fu guidata, naturalmente, dalla ricerca di HPB della verità spirituale, che trovò con maggiore soddisfazione nel Buddhismo Mahayana, e dei modi per trasmetterla al mondo. Ma il carburante emotivo delle sue attività proveniva spesso dall’odio per l’oppressione, sia politica, come quella dell’India da parte degli inglesi, sia religiosa, come quella di un’intera civiltà da parte della Chiesa cristiana.
La prima parte del libro di Johnson mostra come HPB condividesse questi ideali, in misura maggiore o minore, con una sorprendente varietà di occidentali e levantini, e come avesse costruito la sua rete di contatti internazionali. Seguendo HPB in India, la seconda parte apre orizzonti completamente nuovi. Le sezioni più lunghe, basate sulle ricerche dell’autore negli archivi indiani, trattano di un gruppo di leader indù e sikh con cui HPB era apparentemente coinvolta anche prima del suo arrivo in India nel 1879. Le loro ambizioni politiche e le loro preoccupazioni amministrative non furono mai del tutto separate dalla preoccupazione per la riconciliazione religiosa e persino, a loro modo, per la promozione di una “fratellanza dell’umanità”, a cui la Società Teosofica era votata. Ma nessuno ha mai sospettato la profondità del coinvolgimento di HPB nel “Grande Gioco” a favore (e contro) il dominio dell’India da parte delle potenze occidentali. Spero che gli storici politici prestino attenzione all’ingresso di questo nuovo protagonista sulla loro scena. La terza parte riporta ampie scoperte documentarie sul ruolo di HPB nel “Grande Gioco”, provenienti principalmente dall’India Office Library di Londra, che catturano l’attenzione di tutti gli studiosi della storia dell’India britannica.
Per i teosofi dottrinari, le rivelazioni e le teorie delle parti 2 e 3 saranno meno gradite. Il suggerimento del signor Johnson – e chiarisce che non è altro che questo – è che i Mahatma Morya e Koot Hoomi siano personaggi tibetani fittizi che nascondono figure storiche ben documentate: Ranbir Singh e Thakar Singh. Con l’abilità di un detective, egli scopre i rapporti di HPB e Olcott con questi uomini e spiega perché fossero considerati così importanti da meritare questo onore. Allo stesso tempo, affronta l’evidente fatto che le “Lettere dei Mahatma” attribuite a Morya e Koot Hoomi non possono plausibilmente essere state scritte da Ranbir e Thakar. Tuttavia, insinuare che le lettere siano state inventate da HPB, sulla base di ciò che aveva appreso da ognuno dei suoi Maestri fino a quel momento, non significa denigrare l’insegnamento spirituale in esse contenuto. Il fatto che abbia dovuto lottare e commettere errori stupidi, e che sia riuscita a fondare un movimento religioso universalmente eclettico che sopravvive ancora oggi, la rende grande quanto un essere umano deve essere, senza dover postulare Maestri “perfetti”.
Il mito dei Maestri fu avviato da HPB seguendo le antiche tradizioni del Rosacrocianesimo, della Massoneria di Stretta Osservanza e dello Spiritualismo (dove i Maestri erano disincarnati). Ma spesso si dimentica quanto sia stato amplificato da Besant e Leadbeater, da Cyril Scott e Alice A. Bailey (che scrissero sotto la direzione di “The Tibetan”, Djual Kul) e, più recentemente, da Elizabeth Clare Prophet. Se la teoria del signor Johnson è corretta, l’intero edificio di quegli insegnamenti rivelati o canalizzati inizia a vacillare. Ma non crolla necessariamente, così come le Lettere dei Mahatma non perdono valore se non provengono da Mahatma tibetani. Tutto questo materiale deve ancora essere giudicato in base ai suoi meriti, il che mi sembra una situazione più sana che accettarne una qualsiasi parte con un timore reverenziale quasi fondamentalista. I teosofi sarebbero i primi a raccomandare questo atteggiamento nei confronti della lettura della Bibbia e del Corano. Se non riescono ad affrontarlo nel caso delle loro stesse scritture e dei loro presunti Maestri, stanno mettendo in atto una religione “più alta della Verità” in sfida al motto della loro società.
Tutti i teosofi, inutile dirlo, dovrebbero trovare il coraggio di leggere questo libro. Ma la sua importanza va ben oltre. Non è necessario sapere nulla di più su HPB di quanto il signor Johnson dica, per godersi questo caleidoscopico viaggio intorno al globo, questa sfilata di eroi ed eccentrici che volevano cambiare il mondo. Per coloro che rispettano le regole dell’evidenza oggettiva ma non sono chiusi alle influenze spirituali nella propria vita, il libro presenta il più delizioso dei misteri: un giallo esoterico. Ma è il mondo della conoscenza ad avere più da guadagnare dall’opera del signor Johnson, poiché apre un intero campo di ricerca futura, invitando a uno sforzo collaborativo di studiosi che si estenderà ben oltre il prossimo secolo.
Joscelyn Godwin

- K. Paul Johnson. I Maestri Rivelati: Madame Blavatsky e il Mito della Grande Loggia Bianca . Albany: State University of New York Press, 1994.